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Inchiesta

I vigili del fuoco e i soccorsi oltre le porte chiuse

04 gennaio 2018, 06:00

I vigili del fuoco e i soccorsi oltre le porte chiuse

Roberto Longoni

Il silenzio diceva già tutto. Perfino il campanello era muto. Inutile bussare o provare a forzare la porta. Così, i vigili del fuoco si arrampicarono con l'autoscala fino al terzo piano lungo la facciata del palazzo. La finestra cedette subito: scavalcato il davanzale, la squadra si lasciò alle spalle lo sfavillio delle luminarie in strada e s'immerse nell'oscurità. Gli interruttori non rispondevano ai comandi: all'interno regnava il buio dei fili tagliati, delle candele spente qua e là. Mentre un vigile apriva la porta ai sanitari inviati dal 118, fu la luce di una torcia a illuminarla: la donna giaceva a letto, morta da un paio di giorni. Sul tavolo in cucina, la tazza con i rimasugli del latte dell'ultima cena, le briciole degli ultimi biscotti. Stupì il caos, perché di solito le case dei pensionati sono ordinate, per quanto stipate. L'appartamento non era abitato solo da un'ottantenne, ma da un'anziana malata e indigente (tanto da non poter pagare la bolletta). Tre volte sola. I vigili del fuoco avvisarono chi di dovere, presero i dati. E in silenzio rientrarono in caserma, con addosso le solite domande, da portare poi a casa, difficili da condividere.

SOTTO LA DIVISA, UN CUORE TENERO

«Non è ciò che vedi, ma quel che t'immagini dietro. D'accordo, un cadavere ti colpisce sempre, specie se lo ritrovi dopo giorni... Ma più che la morte a fare senso è il dolore contenuto dalla vita, il pensiero di come possa finire tutto». A parlare sono i veterani di via Chiavari, quelli che ti immagineresti scafati fino quasi al cinismo. Non è così, e per fortuna. Chi indossa la divisa da più tempo ha solo imparato a domare meglio le emozioni. Gli anni di servizio possono essere 30 o più, ma non c'è esperienza che possa fare i calli su un cuore vivo. Non c'è assuefazione possibile alla scarnificazione dell'esistenza, all'avanzata della solitudine da cui tanti sono tenuti in scacco. Anziani, ma non solo. «Una questione ancora più stridente in periodi di regali, cene e auguri». Sei chiamato a varcare una soglia oltre la quale non sai che cosa ti aspetti. Ma al tempo stesso, in quell'uscio sbarrato ti rifletti come in uno specchio: al pensiero dei nonni o dei genitori o del vecchio solo che potrai diventare a tua volta. Nel registro dei soccorsi, questi interventi vengono catalogati alla voce «apertura porta». Insieme con gli incidenti, sono tra i più temuti dagli uomini del 115. Niente di eclatante, in teoria. Tanto che il più delle volte nemmeno si accende la sirena: o perché chi ha chiamato può aspettare o perché è troppo tardi da ore o anche più. In media, sono due al giorno le chiamate di questo tipo. Spesso si tratta di soccorrere ottantenni rimasti al gelo o nella canicola dopo essersi tirati la porta alle spalle, con un fornello acceso in cucina. «Non smettono di chiedere scusa e di darsi colpe». Ma finisce con una litania di grazie e strette di mano, «ed è una gioia essere utili a persone umilissime, di grande dolcezza».

GLI HABITUÉ DELLA CHIAMATA AL 115

Esistono anche gli habitué della richiesta d'aiuto. Come la donna che chiama dal centro, da un condominio nel quale alla fine sono tutti invecchiati insieme. La vicina, sull'ottantina, è soggetta a svenimenti: l'altra ogni volta che la sente rovinare a terra dà l'allarme. La porta da aprire è blindata e chiusa a doppio giro di chiave e con la catenella, chi interviene ormai lo sa: si passa dalla finestra al terzo piano. Per evitare vetri rotti, la signora da soccorrere ne lascia sempre una socchiusa. Non sempre ci sono vicini tanto solerti, non sempre l'allarme è così tempestivo. Una caduta per un malore o per la frattura di un femore, e la vittima rimane stesa sul pavimento, senza possibilità di strisciare fino al telefono. Un novantenne colpito da un ictus, i vigili del fuoco di recente lo hanno salvato dopo essere passati dalla finestra. Steso sul pavimento gelido, aveva resistito due giorni. Come lui tanti vengono trovati ai piedi del letto, seminudi e doloranti. «Hanno la solitudine negli occhi, mescolata a un senso di rassegnazione. Eppure, non li senti proferire una parola di rancore nei confronti di chi ha impiegato tanto a chiamarci».

QUEGLI APPARTAMENTI TUTTI UGUALI

Non basta avere una famiglia numerosa, per essere al riparo dal disinteresse. E' accaduto che un uomo con cinque o sei figli fosse trovato morto dopo 48 ore. Ognuno di essi, forse pensava che fossero gli altri a occuparsene. Così come le badanti: ne aveva due, e almeno per un paio di giorni nessuna gli è stata vicina. E' così: spesso il lieto fine manca. C'è solo la fine. Si può sentire già salendo le scale. Se è d'estate, si può sperare nel guasto del frigo di una famiglia in vacanza. Ma d'inverno c'è poco da illudersi. E allora si entra già pronti, per quanto possibile: dopo aver rotto una finestra, perché gli anziani in casa si barricano dando tutti i chiavistelli, dopo aver indossato l'autorespiratore. Servirebbe qualcosa che proteggesse pure lo sguardo, perché quel che si vede fa male. Anche la solitudine è una «livella», non solo la morte. Per quanto i loro inquilini possano essere appartenuti a classi sociali diverse, le case alla fine sembrano formarne una sola. Tutte con la stessa aria stantia, piene di immagini religiose, con una sorta di santuario in camera, i ricordi accumulati quasi a erigere barriere nei confronti del presente. Un mondo parallelo. Stride, nel regno della solitudine, la folla di fotografie di volti sorridenti che occhieggiano dalle pareti o dai mobili. Ritratti ingialliti di amici e parenti morti. Ma anche immagini di giovani coppie all'altare, di bambini tenuti in braccio lattanti, fotografati alla Prima comunione o ventenni nel giorno della laurea. Dove sono, dove finiscono tutti? A volte, a poca distanza dal corpo del padrone, un cane o un gatto. Immobili ad aspettare, dopo che magari è stato proprio il cane ad attirare l'attenzione dei vicini a furia di guaiti, mettendo in moto la macchina dei soccorsi. E a volte (per fortuna) non è proprio il caso. Di certo non lo fu per quella chiamata al 115 il giorno di Santo Stefano.

IL FALSO ALLARME DATO DAL CAGNOLINO

Forzata la finestra di un piano rialzato, la squadra si mise a cercare un anziano che non dava segni di vita da ore. In casa, trovarono un micio e un cagnolino che latrava a tutto spiano. Si contattò anche l'ospedale. Niente: del proprietario, nessuna traccia. Tornando dalla sua lunga passeggiata, dopo un po' anche lui si stupì. «Che cosa è successo?» chiese, facendosi largo tra i soccorritori. Finì con un sospiro di sollievo collettivo. Ma spesso oltre le porte sprangate si è accolti dal silenzio, spezzato appena dalla voce di un televisore a basso volume che diffonde una luce da acquario. E per quanto si accendano lampadari, rimane scuro il colore delle pareti: anni di imposte chiuse fanno sì che l'ombra si fonda con gli oggetti. Le case della solitudine muoiono prima dei loro inquilini: da luoghi vivi da abitare si trasformano in tombe. «Un nipote ci chiamò: non sentiva il nonno da giorni. Quella volta fu davvero difficile trovare un varco. La porta sbarrata, le finestre chiuse da scaffali di ogni tipo». Pile di libri e giornali fino al soffitto, lungo pareti annerite dal fumo di una stufa a legna. L'odore insopportabile costrinse a indossare l'autorespiratore. In bagno, accanto alla vasca, il corpo immobile di un uomo sulla settantina. Lì per lì, a tutti venne da pensare al peggio. Ma quel morto non era morto. Colpito da un ictus, era rimasto giorni paralizzato, in attesa che la solitudine gli desse il colpo di grazia. Morì poco dopo, in ospedale. Chissà se riuscì a rendersi conto che il mondo s'era accorto di lui per l'ultima volta.

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