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Intervista

Paolo Schianchi: «Italia, addio»

Il chitarrista parmigiano si è trasferito negli Stati Uniti: "Stanco della cialtroneria"

di Pierangelo Pettenati -

04 gennaio 2018, 06:00

Paolo Schianchi: «Italia, addio»

Dall’Italia, che amo, me ne sono andato. Per davvero. Non è stato facile, e non lo sarà mai. Non riuscivo più a reggere certe nefandezze, l’immancabile cialtroneria, la prepotenza, l’assenza di pudore, l’ingiustificata invidia annidata nell’illusione di conoscere le vite altrui, la mancanza di professionalità in luoghi in cui il danno è incalcolabile, la pretesa esclusiva di diritti in chi si dimentica dei doveri, la dilagante indifferenza rispetto al merito e al duro lavoro […], vedere alcuni tra i migliori talenti nei più diversi campi insopportabilmente tenuti in panchina per lasciare il gioco alla mediocrità». È l’inizio di un post pubblicato su Facebook da Paolo Schianchi, il talentoso musicista parmigiano 37enne, da ottobre definitivamente residente negli USA con la moglie Stefania e il loro piccolo Leonardo, di 4 anni. E' il grido di dolore dell’innamorato tradito, affidato al social network condiviso e commentato da centinaia di amici e fan. Sono anni che Paolo Schianchi attraversa l’Atlantico avanti e indietro, ma l’offerta di una Green Card EB1 (riservata a chi ha raggiunto risultati d’eccellenza in campo artistico, scientifico o imprenditoriale) e alcune vicende italiane poco felici l’hanno convinto ad andarsene definitivamente e tornare solo per precise ed importanti occasioni professionali ed artistiche. «Qui – racconta raggiunto al telefono – mi hanno insegnato il valore del mettersi in gioco, dello spendersi per gli altri, del prendere in mano il proprio destino e del valorizzare i talenti, propri e altrui. Loro la chiamano strategia del “win win”, favorire l’altro per favorire se stessi. Al contrario, troppo spesso, in Italia, c’è la sensazione che ti stiano fregando in un qualche modo».

Il trasferimento rappresenta una fuga o è il modo per trovare le giuste opportunità?

«Non sono fuggito: ho sentito di dover trovare il coraggio per andare oltre una dimensione limitante. Venire qui era il modo per cambiare le cose. Per me, per la mia famiglia e per i miei allievi ai quali ora posso offrire l’opportunità di fare grandi esperienze all’estero, di entrare in contatto con straordinari professionisti e di suonare su palchi già calcati dai più grandi musicisti del mondo, come è recentemente successo».

A proposito di giovani, come sta andando il progetto dell’Innovatorio di Musica?

«Your Music Lab è diventato un tirocinio riconosciuto dalla Saint Francis University, con la quale ho già collaborato e il cui Dipartimento per le Arti è diretto da Jim Donovan, che ha suonato con Santana, Page&Plant e tanti altri. Questo riconoscimento significa che gli studenti, all’interno del loro percorso formativo, possono scegliere di partecipare al progetto e venire in Italia; i primi verranno a giugno, nel mio studio, entrando in contatto con alcuni tra i migliori professionisti italiani».

Ora cosa ti aspetta?

«Mi sono rimesso in gioco; non riparto da zero perché ho già molti contatti, ma è ancora quasi tutto da costruire. A gennaio parteciperò a una grande convention per le università americane; è molto costosa ma dà la possibilità di entrare direttamente in contatto con le più prestigiose istituzioni. In Italia, nonostante quattro lauree, ho dovuto retrocedere di livello per poter continuare a insegnare».

Il tuo è uno spettacolo unico nel suo genere che ogni volta incanta gli spettatori, eppure fai fatica a trovare spazi; lì come va?

«Qui ho la fortuna che per il 90% delle volte ricevo inviti diretti a tenere concerti. Quando sono io a propormi, intanto rispondono subito, dopodiché ci si mette immediatamente d’accordo su tutti i dettagli con una professionalità esemplare. E poi c’è sempre chiarezza: un sì è un sì e un no è un no. In Italia è sempre tutto inutilmente complesso e lento, e anche a Parma, nonostante più persone, a cui sono grato, stiano lavorando da tempo per organizzare un concerto, non ho ancora avuto il piacere di tenerne uno pubblico in tanti anni. Finora, qualcosa lo ha sempre ritardato o impedito. Mi chiedo se quest’anno sarà la volta buona».

Ti senti in paradiso?

«Neanche qui mancano i problemi, specie ora, e per certi versi tutto il mondo è paese, ma qui abbiamo visto che il duro lavoro apre le porte. Magari sono solo un ingenuo, ma riascoltare un discorso di Obama mi ha fatto ricordare la parte più bella degli Stati Uniti, oggi messa alla prova da un’ondata di divisione, presunzione e ignoranza che imbarazza moltissimo, e mi ha profondamente commosso. È l’unione delle differenze la vera forza di un intero Paese e qui nonostante tutto ci sono ancora un coraggio e un’apertura importanti, e c’è un senso di appartenenza che è quasi sacro».