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INTERVISTA

Berselli: «Lavoro di squadra per ridurre i danni delle alluvioni e della siccità»

05 gennaio 2018, 06:00

Berselli: «Lavoro di squadra per ridurre i danni delle alluvioni e della siccità»

Stefano Pileri

La siccità e le alluvioni. Due facce opposte dello stesso problema, quello dei mutamenti climatici che stanno toccando l'Italia e soprattutto la valle padana. «Due problemi che hanno provocato e possono provocare ingenti danni economici e rischi per le persone e l'ambiente. Per questo dobbiamo gestire la risorsa acqua nel modo migliore possibile», dice Meuccio Berselli che ad agosto è stato nominato dal ministro Galletti segretario generale della nuova Autorità di bacino distrettuale del fiume Po. Si tratta della più importante fra le cinque autorità di distretto create con l'accorparmento delle vecchie autorità di bacino, allargando i rispettivi territori di competenza. «Ma la dimensione territoriale non è l'unica novità», spiega Berselli, ex sindaco di Mezzani e poi direttore della Bonifica Parmense, che in questi tre mesi nel suo nuovo ufficio al secondo piano del palazzo di Barriera Garibaldi, ha iniziato a mettere mano alla struttura esistente. Una lavoro necessario per adeguare la macchina alla riforma che si sta completando proprio in queste ore con la promulgazione del decreto del presidente del Consiglio dei ministri che dà autonomia amministrativa all'Autorità e ne affida la rappresentanza legale allo stesso segretario generale. «Sono passaggi importanti nella riorganizzazione, così come l'emendamento inserito nella legge di bilancio che ci ha assegnato 6,5 milioni per attività di pianificazione e investimenti che potremo gestire con maggiore autonomia. Abbiamo deciso il potenziamento degli uffici: alla sede centrale, che resterà ovviamente a Parma, si aggiungeranno uffici distaccati nei vari capoluoghi di regione per potere avere un dialogo diretto con le varie amministrazioni regionali. E per farlo stiamo lavorando all'aumento del personale».

Quanti dipendenti ha l'Autorità e quanti ne avrà?
«Attualmente le unità operative sono 35, diventeranno 140, in gran parte tecnici, per coprire tutta la zona di competenza. Per i primi 21 abbiamo già approvato l'assunzione nei mesi scorsi e altri 20 sono previsti quest'anno. Sono innesti fondamentali per affrontare il nostro obiettivo principale che è quello di garantire adeguate risorse idriche in tutto il distretto. Adeguate sia per quel che riguarda la quantità che per la qualità...».

A questo proposito, l'ultima estate è stata drammatica e nei momenti più difficili si è assistito a momenti di alta tensione fra territori diversi che avevano bisogno di acqua...
«Purtroppo assistiamo a periodi sempre più prolungati di siccità. Di fronte alla mancanza di precipitazioni l'unica strada che abbiamo per evitare contrapposizioni fra le varie zone è quella di coordinarsi al meglio, tenendo presente che ci sono esigenze che devono convivere, quelle ad esempio di chi vive e lavora sul lago Maggiore ma anche quelle degli agricoltori della pianura padana che hanno bisogno dell'acqua del Po per irrigare i loro campi. Per questo sono stati previsti e attivati in ogni autorità di distretto gli osservatori permanenti sugli utilizzi idrici».

Di cosa si tratta?
«Sono strutture operative a cui partecipano tutti i principali attori distrettuali, pubblici e privati. Da un lato devono occuparsi dell'analisi dei dati climatici e delle previsioni sull'utilizzo dell'acqua e il suo riuso. Dall'altro devono essere cabine di regia per la previsione e la gestione di eventi di carenza idrica con tutta una serie di monitoraggi sull'evoluzione della situazione e sui possibili interventi. E' importante che lavori prima che si verifichino situazioni di emergenza. E infatti nelle prossime settimane, ora che il momento è tranquillo, esamineremo le situazioni dei vari serbatoi del Po. Il nostro lavoro fondamentale è proprio trovare soluzioni il più possibile condivise con tutti gli enti locali e i vari soggetti interessati per evitare emergenze idriche e dare acqua di buona qualità».

Parliamo del problema opposto, della difesa idraulica dalle alluvioni.
«Anche qui bisogna cambiare l'impostazione del passato ed è fondamentale confrontarsi con tutti i soggetti coinvolti, in particolare gli enti locali. Ad esempio, parlando di Parma, abbiamo avviato il percorso per arrivare a un contratto di fiume per i torrenti Parma e Baganza. Si tratta di un'intesa fra gli enti e le amministrazioni presenti sul territorio, coinvolgendo i cittadini e le loro associazioni di categoria con l'obiettivo di ridurre il rischio idrogeologico. Dobbiamo stabilire i compiti di ciascuno e gli spazi di manovra che abbiamo».

Con piogge così intense e concentrate come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, gli spazi di intervento sono molto ristretti.
«Infatti bisogna pensare a soluzioni nuove e coraggiose per evitare il collasso degli argini in caso di emergenza».

Ad esempio?
«Ad esempio dobbiamo valutare se sia possibile, con le risorse disponibili, lavorare ad alzare sempre più gli argini o se invece sia meglio pensare a percorsi di tracimazioni controllate in caso di emergenza. In altre parole, dovremmo individuare zone in cui l'argine non crolla ma l'acqua viene lasciata defluire in modo controllato in aree dove non ci sono abitazioni o insediamenti produttivi. Si ridurrebbero notevolmente i danni alle cose o i rischi per le persone che abbiamo visto di recente a Lentigione».

Proprio per l'Enza si parla a varie riprese della diga di Vetto. E' utile?
«La creazione di invasi è sicuramente una soluzione per garantire acqua in modo regolare a valle e, in parte, anche per evitare alluvioni. Però bisogna tenere conto che gli invasi appenninici hanno problemi geologici. Tra gli altri ci sono quelli legati al trasporto di materiali solidi, di sedimenti che si accumulano sul fondo dell'invaso. In questo caso andrebbero anche valutate con attenzione le ripercussioni sul sistema delle falde che rischia di essere intaccato».

Per la Parma e il Baganza invece si continua a punta sulle casse di espansione?
«Sì il Governo ha messo a disposizione 55 milioni per la messa in sicurezza del Baganza. Ma non possiamo pensare che le casse di espansione bastino a risolvere tutti i problemi. Sono fondamentali ma bisogna poi lavorare a valle per tenere pulito l'alveo e per permettere all'acqua di invadere le golene. Se questo non avviene arriva troppa acqua a valle in poco tempo e purtroppo abbiamo visto quali sono i risultati».

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