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Intervista

Leo Nucci: «Ho avuto una fortuna sfacciata»

11 gennaio 2018, 06:00

Leo Nucci: «Ho avuto una fortuna sfacciata»

Vittorio Testa

«Compagni, avanza il giorno. A procacciarci un pan, su, su!... scendiamo per le propinque ville!». Il 3 gennaio 1967 al Teatro Regio furoreggia il “Trovatore”, sotto le spoglie del “Vecchio zingaro” c’è un baritono venticinquenne dalla voce squillante, magro come un’acciuga: viene dall’Appennino bolognese, conduce l’euforica e raminga vita sognante dell’artista in cerca di gloria e, al momento, di ingaggi seppur minimi che gli consentano di procacciarsi un pan e mettere insieme il pranzo con la cena. E’ Leo Nucci, figlio di operai, generazione di maniscalchi, infanzia veloce, a quindici anni già a lavorare, meccanico di autocorriere. Ma intanto canta, canta sempre, canta di tutto, ascolta una canzone e dieci minuti dopo la ripete con un vocione insolito per la sua età, volume da minaccioso uomo nero delle fiabe ma capace anche di acuti tenorili. Suona il bombardino nella banda del paese. Un giorno che in casa canta “Una strada nel bosco” da sotto in strada lo sente un maestro di canto di Firenze arrivato a dar lezioni al macellaio del borgo, Castiglione dei Pepoli: «Però!» gli dice, «niente male, perché non ti metti a studiare?».

«Guarda un po’ che cosa ti combina il caso», dice Leo Nucci, il Leo Nucci famoso in tutto il mondo che adesso è qui a Parma giusto cinquantun anni dopo quella comparsata gitana del ’67. Il tratto cordiale e la battuta pronta, paziente e periodicamente esclamante ironici “ohhh”, ascolta il cronista in cerca di svelare il mistero glorioso nucciano. Com’è stata possibile questa sua avventura di vita così intensa, i periodi difficili, le delusioni, il successo, il benessere, la fama mondiale, una sbalorditiva vitalità non scalfita da un paio di infarti, una longevità vocale stupefacente, una maestria di attore nato.

Dove sta l’inghippo, l’arcano, il bottone magico che con un “clic” mette in moto il generatore di temperamento artistico? Come si fa ad essere capaci ancora di stupire in scena alle soglie dei settantasei anni? «Semplice» fa lui sgranando gli occhi nei quali accende un brillìo che ha tutta l’aria di essere giocondo e canzonatorio: «Una fortuna sfacciata! Non scherzo: io sono un uomo fortunato, ho avuto un “c” pazzesco. Tutto qui. Il caso mi ha favorito facendomi incontrare questi miei santi protettori. Vuole vederli? Li ho sempre con me». Da una cartella scivolano fuori cinque fotografie: un uomo, tre donne, due bambine. «I miei genitori, gente umile, meravigliosa: ogni volta, mentre con il cuore in accelerazione entro in scena li ho davanti agli occhi, seduti in platea, accanto a mia moglie Adriana, a nostra figlia, alle nipotine. Io devo tutto a loro, sono il mio passato e il mio futuro, papà e mamma mi hanno plasmato persona semplice che ha conosciuto cosa vuol dire il lavoro duro, l’alzarsi alle cinque per andare in officina, arrivare a stento a fine mese, ma con dignità, con orgoglio. Loro mi hanno dato e continuano a darmi una forza straordinaria. E senza Adriana, senza la mia Adriana non avrei combinato nulla. E poi, la poesia pura: mia figlia, le nipotine. Il futuro. Non è una fortuna essere attorniato e difeso da questi affetti primari?».

Fortuna, sì, va bene maestro Nucci. Affetti profondi, sì, d’accordo. Molta gente ha avuto fortuna e affetti ma non è diventata Leo Nucci. «Certo, sentivo che cantare, ma direi soprattutto recitare cantando, era forse la mia strada. Mi piaceva fare i vocalizzi, studiare i personaggi, i libretti, le trame. Ma poi, ripeto, è stata tutta una fortuna di trovarmi nel posto giusto al momento giusto…».

A Bologna si ammala un cantante, Leo viene ingaggiato per una particina nella Adriana Lecouvreur: «Sessantamila lire a sera! Io operaio alla Fiat ne guadagnavo cinquanta al mese… Al semaforo ho tamponato per l’emozione». Nel 1967 vince il Concorso a Spoleto con la cavatina del “Barbiere”. Un successone. «Ma qualcosa non mi convinceva. Crisi nera. Smetto. Penso di emigrare in Australia. A Roma, al risorante Meo Patacca cercano un cantante che sappia fare Figaro, la cavatina: passo le sere tra il fumo e i bis e i tris e chissà quante volte l’ho cantata!». Corso d’inglese, pronto per l’Australia, una sera incontra un cantante con il quale aveva studiato che gli fa: «Ma perché vuoi smettere? Vieni a Milano, fai il concorso per il coro della Scala, si sta bene…». «Ecco ancora la fortuna», ride Leo Nucci: «Incontro Romano Gandolfi che mi prende sotto la sua ala. E incontro Adriana, mia moglie». Adriana Anelli è bella e brava, è un soprano coi fiocchi ai primi successi. La scritturano come Gilda per un Rigoletto a Legnago, Teatro Salieri. Si ammala il baritono. Toh, combinazione Leo è pronto: cantano insieme, lui è un Rigoletto molto premuroso e attento a proteggerla nei movimenti: perché Adriana è in dolce attesa della loro figlia. Anni di studio, ore e ore di vocalizzi, Leo incomincia ad emergere, lei, Adriana, ha successo ma sceglierà la famiglia. «E non è stata fortuna la barba di Bruson?» esclama con gesto ampio da dominatore della scena lo scatenato Nucci. Già la famosa “Tosca” di Parma, quella del ’76 in cui Renato Bruson rifiuta di tagliarsi la barba. Leo è di rincalzo, destinato a stare in panchina. Ma Bruson è abbarbicato alla propria barba: «Non la taglio!». L’anteprima incombe. E allora: «Sei pronto? Mi chiede il dottor Negri» ricorda Nucci: «Cinque minuti, mi taglio i baffi e sono Scarpia!». Canta anche nell’ultima recita, ché nel frattempo i truccatori aveva fintamente sbarbato Bruson che dopo tre recite se l’era filata. E l’anno dopo, il “Trovatore” al Teatro Regio: sempre “per fortuna”, Leo va benissimo, sta diventando un fuoriclasse. Poi il botto, il successone. Nel 1978 la Dea bendata su suggerimento di Katia Ricciarelli individua in Nucci il baritono da catapultare a Londra per l’ennesima emergenza in una “Luisa Miller” dal cast stellare con Luciano Pavarotti. E l’episodio forse più rivelatore del carattere di Nucci. Che è ancora un cantante non famoso: perciò gli affidano il ruolo di riserva. Racconta Leo: «Se però troviamo un artista famoso, mi dicono, non se n’abbia a male ma lei non canterà. Quanto vuole per questo suo ruolo di semplice copertura?». Il demone buono del grande artista e dell’uomo saggio già, per fortuna, abitava l’ex ragazzo canterino di Castiglione dei Pepoli figlio di orgogliosi maniscalchi. «Rispondo di getto che non voglio una sterlina. Come ricompensa chiedo soltanto di fare una recita, sempre che sia possibile, sennò amen, avrò fatto una gita a Londra». Guarda caso che fortuna: il baritono famoso tarda ad arrivare, sicché a Leo tocca cantare nella prova generale.
Al termine del primo atto… «Avevo fatto la cabaletta con l’acuto come si deve» racconta riandando al “colpo di c” di quella lontana sera: «Mi chiama il direttore artistico e mi dice: lei, Nucci, canterà la prima. Cinque ne ho cantate. E nell’intervallo dell’anteprima Luciano Pavarotti mi disse in dialetto modenese: “Ohilà campione, stasera in un’ora hai fatto quello che noi abbiamo fatto in cinque anni!”».

Il ragazzo operaio di Castiglione dei Pepoli ricevuto alla cena di gala a Buckingham Palace dai reali inglesi. Un bel salto. «A volte mi chiedo se mi siano capitate davvero tutte queste cose. E come Rigoletto mi dico: “Avrò dunque sognato?”».

E’ il successo internazionale per questo testardo, intelligente, simpatico artista che via via si è votato sempre di più a Verdi. «E’ il più grande indagatore dell’animo umano, un gigante inarrivabile, ogni volta che lo studio e lo interpreto sento dentro di me qualcosa di nuovo, scopro la finezza psicologica e musicale delle sue opere. Quando poi ho l’onore di essere sul palcoscenico di Parma o di Busseto provo una delle gioie più grandi della mia vita». Ci siamo, dunque, o signor baritono dei bis, maestro Nucci bis e tris baritono. Riecco Rigoletto al Teatro Regio per festeggiare i cinquant’anni di una carriera stupefacente. Lei, oltretutto, è cittadino onorario di Parma e insignito del Verdi d’oro Città di Busseto. Facile, anzi forse sarà d’obbligo concedere qualche bis… «Obbligo? Ma sono io che obbligherò il pubblico a sentirli, sempre dopo autorizzazione del teatro e, nella “Vendetta”, con l’assenso del soprano» celia ridendo di gusto Leo Nucci: «Ho fatto diversi “tris” della “Vendetta”, e a Napoli c’è mancato poco al “quadris”».

Ma, scusi maestro Leo, non è troppo faticoso? E poi c’è anche chi li ritiene un po’ volgarotti… «Ma quale volgarità, quali eccessi? I bis si facevano anche ai tempi di Verdi presente lì in sala. Il teatro, l’opera è gioia pura, entusiasmo, felicità, emozione, un meraviglioso scambio artistico tra palcoscenico e pubblico. Fatica? Ma quale fatica! E’ un piacere assoluto». D’accordo, maestro Nucci, siamo tutti con lei bistrisbaritono innamorato di Verdi, Parma e Busseto.

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