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Prof e studenti nella stessa chat? «L'insegnante amico non funziona»

13 gennaio 2018, 06:01

Prof e studenti nella stessa chat? «L'insegnante amico non funziona»

Margherita Portelli

Un tempo il respiro si fermava quando il dito impietoso del prof scorreva sul registro. Oggi, invece, per alcuni (sventurati?) alunni 3.0 l'ansia si sprigiona anche di fronte alla scritta «sta digitando». Come cambia la comunicazione tra studenti e professori nell'era di chat, gruppi WhatsApp e social network? Ce lo si è chiesto in questi giorni, a seguito del caso dell'insegnante del liceo «Tasso» di Roma indagato per molestie, a seguito dell'accusa di tre studentesse di aver inviato loro messaggi sessualmente espliciti in una chat WhatsApp. Al di là dell'estremo episodio specifico, viene da chiedersi se al giorno d'oggi sia un costume diffuso per i ragazzi comunicare con i docenti anche attraverso canali personali quale può essere un'applicazione di messaggistica istantanea sul cellulare. Nove studenti su dieci – stando a una ricerca di Skuola.net – hanno una chat di classe, e uno su quattro dichiara che anche i professori ne fanno parte. Si tratta di un'opportunità utile a facilitare e velocizzare le comunicazioni o si corre il rischio, invece, di andare oltre quella distanza fra insegnante e alunno che i ruoli stessi impongono? Lo abbiamo chiesto ad alcuni insegnanti di scuole medie e superiori e, se nella maggior parte dei casi vince la cautela, non mancano i casi di docenti che sfruttano le mille possibilità offerte dalle nuove tecnologie per agevolare il lavoro con la classe. «Io ed altri colleghi da un paio d'anni facciamo parte di gruppi WhatsApp di classe - spiega Silvia Cacciani, che insegna lettere al liceo Bertolucci -. I ragazzi hanno due chat, ovviamente: quella con i docenti, utilizzata esclusivamente per comunicazioni immediate inerenti le questioni scolastiche, e quella senza professori, dove possono scambiarsi informazioni extra scolastiche, dall'invito alla festina al film da andare a vedere al cinema. Alcuni insegnanti accettano di essere inseriti nelle chat di classe, altri no. Io sono dell'idea che non si possa pensare di insegnare come 30 anni fa: è rischioso? Credo che molto stia nella capacità dell'insegnante di gestire i ruoli, di far sì che nessun alunno si spinga mai a domandare o condividere cose che vadano al di là delle questioni scolastiche pratiche per cui la stessa chat è nata». Ci sono situazioni in cui uno strumento come la chat di classe può far comodo: dalla gita d'istruzione all'alternanza scuola lavoro, ma molti insegnanti preferiscono evitare. «La scuola ci offre mezzi di comunicazione immediati, efficaci e tecnologicamente avanzati - spiega Roberta Tateo, docente all'istituto Rondani -. Per i voti e i compiti c'è il registro elettronico. L'insegnante amico, come il genitore amico, non funziona. I ragazzi oggi hanno maggiormente bisogno di chiarezza rispetto ai ruoli». Della stessa idea è Giuliana Bertinelli, che insegna alle medie di Noceto. «Io non utilizzo questi strumenti per comunicare con gli studenti, né con i genitori - sottolinea -. Il mio numero di cellulare non lo darei mai ai ragazzi e se mai dovesse arrivare una richiesta di amicizia su Facebook di certo non la accetterei». Daniela Gasparini 35 anni, è una giovane professoressa che fino allo scorso anno insegnava al «Rondani» e ora è in un istituto tecnico professionale della provincia. «Credo che la chat di classe su WhatsApp potrebbe essere uno strumento, ma come tutti gli strumenti va saputo gestire e ha bisogno di regole - dichiara -. Con i ragazzi si può essere amichevoli, ma non amici. Tutto sta, credo, nella capacità di gestione e controllo che il prof ha sulla classe. Una volta, lo scorso anno, mi era capitato di creare una chat con i ragazzi in occasione di un lavoro di gruppo che dovevamo portare avanti. Era una quarta di cui mi fidavo e non c'è stato il minimo problema. Con le classi del biennio, certo, non l'avrei fatto». Carlotta Fornari , stessa età, insegna alle medie di Luzzara. «Ci sono strumenti più adeguati per comunicare con i ragazzi, come Classroom, una piattaforma digitale che in un qualche modo viene certificata dalla scuola - spiega -. Quello mi sta bene, anche se comunque vanno definite delle regole: l'immediatezza non può essere una pretesa. Se mi scrivi alle 7 di mattina o alle 9 di sera non puoi aspettarti una risposta». Silvia Piazza, docente alle medie di Tizzano, l'anno scorso aveva portato avanti il progetto della «Settimana disconnessa», una «disintossicazione» tecnologica in cui, per una settimana, gli studenti si impegnavano a rinunciare completamene a smartphone e internet. «Alcuni ci sono arrivati in fondo, altri hanno rinunciato dopo pochi giorni, altri non hanno proprio voluto partecipare - ricorda -. Credo che condividere un gruppo su WhatsApp non avvicini in alcun modo l'insegnante agli studenti».

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