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Dopo la sentenza

Troppi genitori pubblicano le foto dei figli in rete: quale regola?

19 gennaio 2018, 06:00

Troppi genitori pubblicano le foto dei figli in rete: quale regola?

Claudia Olimpia Rossi

C’erano una volta le foto di famiglia in cornice nel salotto di casa, i video girati in vacanza da condividere con gli amici, strappando talvolta un «mi piace» di cortesia, i commenti affidati alla confidenza. Poi i social, palcoscenico globale ed insieme poltrona in prima fila, con quel pollice alzato che clicca ed è cliccato e «in cor s’allegra», hanno trasformato lo specchio in uno schermo su cui ammirare il proprio profilo migliore. Troppo belli per non essere postati, anche i bambini vengono generosamente messi in rete, totalizzando record di like e condivisioni. Comoda come un’amaca, la placida maglia del web è stata di recente scossa da un ragazzino sedicenne, che, svegliando con il campanello di un giudice tutti i genitori assopiti nella rete, ha chiesto tutela contro la madre troppo avvezza alla pubblicazione di sue foto corredate da commenti. In merito, il Tribunale di Roma (ordinanza del 23 dicembre 2017, procedimento 39913/2005) ha condannato la donna alla rimozione dei contenuti riguardanti il figlio e al pagamento di una pena pecuniaria di 10 mila euro (al figlio tramite tutore e al marito) in caso di inottemperanza.

Una decisione destinata a fare giurisprudenza, costituendo un precedente importante nella nebulosa regolamentazione dei social network. Cosa ne pensano i genitori? Ecco alcuni pareri.

«Da sempre, la mia idea sulle foto di famiglia postate sui social – spiega Elisa Zambrelli - è che vogliano colmare un’insoddisfazione di fondo, esibendo un’armonia che nella vita reale spesso manca. L’immagine felice, con tutti i mi piace e i complimenti, gratifica, mostrando valori e sentimenti purtroppo solo di facciata. Sono contraria ad esporre i figli come trofei. Credo che i social siano utili per la comunicazione tra persone lontane ma l’ossessione a mostrarsi sempre perfetti non faccia che peggiorare i rapporti».

Per chi vive tra i ragazzi, a scuola e a casa, la trama delle relazioni impone elasticità. «Non vedo perché le foto online - dice Luca Di Vittorio - debbano necessariamente comportare problemi e perché io non possa, ad esempio, postare la foto di una partita di calcio di mio figlio. Se dobbiamo arrivare a normare ogni aspetto della vita personale significa che qualcosa non funziona. Nel caso specifico, l’assurdo è che il ragazzo si sia dovuto rivolgere ad un giudice. In una normale situazione familiare di dialogo, il genitore, mostrando comune buon senso, dovrebbe saper cogliere il disagio e porvi rimedio. Il problema non sta nel mezzo di comunicazione ma nell’uso che se ne fa».

Anche secondo Silvy Ventura «è meglio non abusarne». «Tuttavia - prosegue - trovo non ci sia nulla di male a pubblicare saltuariamente una foto, magari del compleanno, sempre che, arrivato all’età in cui può avere un’opinione, il bambino non manifesti dissenso».

Di diverso avviso Chiara de Ioanna, che spiega anche l’attività di sensibilizzazione come docente: «La pubblicazione di foto dei figli sui social - sostiene - mi pare avvenga spesso con grande leggerezza e poca consapevolezza delle conseguenze. Credo sia decisivo in questo momento lavorare per proteggere l’identità digitale dei minori. Una sentenza che condanna ad un risarcimento economico potrebbe, speriamo, far maturare negli adulti la consapevolezza che l’immagine di un figlio non è qualcosa da esporre come un trofeo e da divulgare nelle piazze virtuali, per soddisfare il proprio narcisismo, ma va invece protetta e tutelata. Noi a scuola lavoriamo molto sui ragazzi perché conoscano i rischi dei social e comprendano la necessità di proteggere i dati personali. Certo che se poi a casa si ritrovano dei familiari che divulgano le loro immagini in modo insensato, anche i progetti scolastici perdono di efficacia. Quindi sì, condivido il senso di questa sentenza». Instagram, Facebook, perfino Whatsapp, che di tutti i social è un po’ il giardino di casa, sono sabbie mobili in cui le foto personali vengono risucchiate e da cui è difficile uscire, perché le condivisioni possono moltiplicarle all’infinito esponendole a rischi di manipolazioni criminose. In ogni caso restano lì, sospese nel limbo della rete, a ricordarci come eravamo, quando mamma ha pensato che la tenerezza del primo bagnetto o della prima pappa, la felicità di una giornata al mare, l’orgoglio del saggio di danza, fossero emozioni da condividere online nel web, un mondo su cui non tramonta mai la connessione.

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