Sei in Archivio bozze

Tar di Bologna

Velo in tribunale: il giudice è un parmigiano

19 gennaio 2018, 06:00

Velo in tribunale: il giudice è un parmigiano

È originario di Parma il giudice del Tar di Bologna balzato agli onori delle cronache per avere espulso da un'aula di tribunale una 25enne marocchina che si era rifiutata di togliere il velo (lo hijab) che le copriva la testa. Giancarlo Mozzarelli, infatti, è nato nella nostra città, dove ha frequentato il liceo Romagnosi e poi si è laureato in giurisprudenza, per poi trasferirsi a Bologna, dove ha iniziato l'attività in magistratura, prima al tribunale civile e poi in quello amministrativo. E proprio al Tar è attualmente presidente di sezione.

Il fatto risale a mercoledì, quando la ragazza, Asmae Belfakir, praticante avvocato dell'ufficio legale dell'Università di Modena e Reggio, insieme ad alcuni colleghi si è presentata al Tar di Bologna per un'udienza indossando – come già aveva fatto anche altre volte senza problemi – il tradizionale velo che le donne di fede islamica usano per coprire il capo (ma che lascia scoperto il viso). Il giudice le aveva però detto che se voleva rimanere in aula avrebbe dovuto togliere lo hijab, in quanto – secondo quanto riferito dalla 25enne marocchina – «si trattava del rispetto della cultura e delle tradizioni italiane». Non avrebbe dunque motivato la sua richiesta adducendo la norma del codice di procedura civile che effettivamente vieta di stare in aula a capo coperto, ma avrebbe fornito un'altra motivazione di carattere culturale. E così la giovane è dovuta uscire. Ieri, comunque, ha potuto partecipare regolarmente alle udienze, dopo l'intervento del presidente del Tar Giuseppe Di Nunzio. «È andato tutto bene, non ci sono stati problemi», ha riferito la praticante, che ha anche spiegato di essere più che mai convinta della giustezza del suo rifiuto di togliere il velo: «Ho letto alcuni commenti che dicono che il giudice ha ragione, ma non è così: le norme vanno lette e interpretate», ha detto, per poi aggiungere che quella di poter stare in aula con il velo «è una battaglia giuridica».

Qualunque sia stata la ragione per cui il giudice parmigiano ha assunto questo atteggiamento, l'episodio ha scatenato un vespaio di polemiche. E a Parma come viene vista la questione? Fra coloro che pensano che Mozzarelli abbia un po' esagerato c'è Roberto Piscopo, fino a pochi anni fa presidente del tribunale. «Credo che sia stata data un'interpretazione eccessivamente restrittiva della norma, che c'è ma che va interpretata alla luce dei principi costituzionali», osserva. E a questo proposito ricorda che proprio su questa materia «esiste una circolare del Consiglio superiore della magistratura di qualche anno fa, che nel caso di persone che si presentino in aula con il velo ha stabilito che va rispettato l'articolo 19 della Costituzione, che sancisce la libertà di professare la propria fede religiosa, con il solo limite del rispetto del buon costume. Per questo motivo, il Csm ha ritenuto che non sia possibile imporre che una persona presente in aula stia a capo scoperto, laddove per motivazioni religiose ben precise ritenga di adeguarsi a quanto previsto dal suo credo».

Durante la sua lunga esperienza nelle aule di giustizia, a Piscopo di casi come quello di Bologna non ne sono mai capitati: «Forse perché il problema era già stato risolto a monte, grazie a un orientamento già chiaro e poi espresso anche dal Csm». Una cosa, però, va precisata: «Quello di stare in aula a capo coperto non può essere un capriccio: deve esserci un fondato motivo, perché non dimentichiamoci che stiamo parlando di un'attività estremamente seria che esige decoro. E infatti proprio per questo motivo anche i giudici e gli avvocati sono tenuti a indossare la toga in udienza». Detto questo, l'ex presidente ricorda che la regola che impone di stare a capo scoperto «è una norma risalente nel tempo» e che «se esistono le regole, ci sono anche le eccezioni alle regole, che ovviamente possono essere applicate quando c'è una giusta ragione».

Fra coloro che invece appoggiano il gesto di Mozzarelli c'è un noto notaio parmigiano, già compagno di classe al Romagnosi del giudice bolognese, Arturo Dalla Tana. «La legge parla chiaro: alle udienze si va a capo scoperto. È un principio elementare di rispetto, oltre che di diritto», scrive sulla propria pagina Facebook. E aggiunge: «Soprattutto per chi, praticante, si appresta ad amministrare la giustizia, vale un principio che non possiamo dimenticare: la giustizia deve seguire le regole dello Stato e nessun'altra. La giustizia deve mostrarsi imparziale, anche formalmente. La giustizia non può essere condizionata da credo religiosi. Non vorrei mai essere giudicato da un giudice con la kefiah palestinese, con il copricapo ebraico e nemmeno, io cattolico, con l'abito talare. Eppure anche a queste regole ovvie e fondamentali il nostro Stato rischia di abdicare, in nome di un multiculturalismo che lo va erodendo dalle fondamenta».f.ban.

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal