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DIPENDENZA

Una sera con i Narcotici Anonimi

22 gennaio 2018, 06:00

Una sera con i Narcotici Anonimi

Bianca Maria Sarti

«Sono pulito da tanti anni ormai: da quando ho smesso prima c’è stato il master, poi la carriera e, finalmente, una famiglia mia. Una vita normale, insomma. Solo che io, a differenza degli altri, ogni mattina quando mi sveglio devo ricordarmi di non usare droga, perché sono e resto un dipendente».

In una Parma che pullula di spacciatori - ma ancora di più di consumatori - e che si interroga su come ripulire i quartieri dalla droga, abbiamo esplorato il rovescio della medaglia, incontrando chi è stato o è tuttora dipendente da sostanze e sta provando, faticosamente, a smettere. Un’esperienza forte, che strappa via i preconcetti e costringe, che tu sia pronto oppure no, a misurarti con qualcosa che non ha nulla a che vedere con lo sballo di una sera né con il capriccio della trasgressione, ma va più a fondo, in quel luogo dell’anima dove il male di vivere, talvolta assai inaspettatamente, pone le radici. Ci sono voluti mesi di attesa, per essere ammessi, da uditori, a un incontro dei Narcotici Anonimi. Finalmente, l’occasione arriva: «C’è una riunione aperta, ci sono anche i famigliari e altri ospiti, se vuoi puoi venire».

La stanza del San Benedetto si riempie in fretta, sono le prime ore della sera, l’inevitabile imbarazzo iniziale è centrato a gamba tesa dal primo intervento, nudo e crudo.

«La mia era una famiglia benestante, direi che non hanno sbagliato nulla con me. Eppure sono arrivato a rubare i soldi per la droga, persino a mia nonna. Di cazzate ne ho fatte tante, ho perso tutto quello che contava».

Qui, intorno a una tavolata enorme, piena di caramelle, bibite analcoliche e qualche tazzine di caffè, le persone parlano senza filtri del vero volto della droga, quello domestico e privato, circondati da amici e sconosciuti, tossici, alcolisti, malati di gioco, medici, genitori, figli, suore e, solo per questa volta, una giornalista. Sembrano scene da film americano, ma a fine serata, le barriere che ci rendono diversi saranno davvero crollate. «Per ora ascolta e basta, niente appunti, né foto, né registrazioni. Qui l’anonimato è una cosa seria». A parlare è una donna minuta, una dipendente pulita da anni e veterana di Na a Parma. «In pochi ci conoscono, eppure qui aiutiamo davvero le persone a stare meglio».

A confermarlo ci sono i medici del Sert che spesso indicano il gruppo di Na a chi ha problemi di dipendenza. «Qui non c’è nessuna terapia, nessun obbligo di frequenza, nessuna quota. Siamo tutti uguali e pienamente liberi: di venire, di parlare o di tacere. I nuovi arrivati spesso si immedesimano in chi sta meglio e trovano la speranza e la forza di arrestare la malattia della dipendenza attraverso un percorso spirituale».

Il cammino dei 12 passi di Na, in realtà solo inizialmente accenna alla tossicodipendenza: il senso generale è quello di imparare a vivere bene, accettando i propri limiti, riconoscendo la dipendenza come “malattia”, facendo ammenda e utilizzando la solidarietà e l’aiuto reciproco come un farmaco. Là, dove i farmaci veri non bastano.

«La dipendenza è una cosa che inquina tutto – spiega un ragazzo – non sono solo le sostanze: se vedo una slot devo spenderci fino all’ultimo centesimo che ho in tasca, persino se ho davanti, che ne so, un salame non sono calmo finché non ci arrivo infondo».

«Stessa cosa con le persone – aggiunge una ragazza giovane e carina – difficile vivere con equilibrio una relazione, o una rottura». Le testimonianze si accavallano tra chi era tossico negli anni ‘80 e faceva chilometri per frequentare i primi gruppi Na a Brescia e chi lo è diventato ora o chi è ricaduto da poco: per loro c’è un abbraccio in più.

«Sono arrivato in Na pieno di diffidenza – spiega un ragazzo di Reggio – ma ho trovato persone che non sono spaventate dalla verità. Qui non c’è nessun “Devi” ma solo “Se vuoi” e “Per favore”. Questo mi ha convinto che toccava solo a me decidere».

Certo, nessuno si salva da solo; a Na ci si affida a un “Bene superiore”. «Per me il bene superiore è la forza che ha guidato mio fratello a scoprire, per caso, la scorta di fumo che nascondevo in camera dopo l’ennesima bugia. È tutto quello che ci porta sulla strada del recupero».

A volte, la forza viene dai figli. «Io e mia moglie eravamo tossicodipendenti – racconta un uomo della provincia di Parma - avevamo i Carabinieri addosso allora abbiamo fatto quella che chiamiamo “fuga geografica” all’estero con le nostre figlie piccole. Eravamo completamente persi nella droga, finché mia moglie è morta di overdose. Ho cercato in tanti modi di resistere alla disperazione. In Na ho trovato ascolto e la forza di restare pulito (ormai da 20 anni) e di rendere la mia vita utile e dignitosa».

In sala, con gli occhi umidi, c’è sua figlia oggi adolescente: «Per me è stata molto dura affrontare la verità, ma oggi mi rendo conto della battaglia che combatte il mio papà».

Pochi posti più in là, invece, c’è un altro padre, turbato: «Mio figlio (un parmigiano adolescente ndr) è ricoverato e mi ha detto di portarvi i suoi saluti – dice trattenendo con una smorfia il dispiacere e il garbuglio di emozioni – sono venuto qui con la testa piena di domande da farvi. Eppure, vacca boia, è bastato ascoltarvi e avete già risposto a tutto. È stato più utile questo incontro di un anno di colloqui con esperti, grazie».

PARLA IL MEDICO: «CONDIVISIONE DELL'ESPERIENZA PERSONALE»

Il minimo comune denominatore è lo stesso, che si tratti di droga, alcool, gioco d’azzardo, fumo o altri disturbi alimentari e relazionali: alla radice del problema c’è un concetto fondamentale, la dipendenza patologica.

Non lo sostiene solo il gruppo di Narcotici Anonimi, che definisce la dipendenza una “malattia”: la conferma arriva anche la dottoressa Enrica Lami, del Sert di Langhirano che da anni affianca i tossicodipendenti che desiderano lasciarsi alle spalle la droga.

«La dipendenza è un concetto complesso, che rientra tra i disordini comportamentali – spiega la Lami – comprende parametri scientifici, misurabili oggettivamente, ma anche aspetti cognitivi, psicologici, sociali e relazionali. La definizione ufficiale è “Condizione psichica e talvolta fisica derivata dall’uso di una sostanza che determina modificazioni del comportamento e l’uso reiterato di una sostanza o di un atteggiamento”. Personalmente, però, preferisco una definizione più semplice. Per me la dipendenza è la convinzione individuale di aver trovato in un’esperienza, interpretata soggettivamente, la sola risposta ai propri bisogni. L’oggetto della dipendenza diventa, insomma, il centro, il perno della vita. Scientificamente si verifica un’alterazione del circuito del piacere, dei meccanismi di gratificazione del cervello: la sostanza o il comportamento diventano l’unica fonte di piacere. Si parla di “craving”, ovvero il desiderio incoercibile di una sostanza o di un comportamento. Il meccanismo è lo stesso alla base di chi abusa di alcool o di fumo, ma gli effetti sono evidentemente diversi».

Quanto conta il tipo di sostanza di cui si fa uso nello sviluppo di una dipendenza?

«C’è una forte componente di soggettività – risponde la Lami – sostanze diverse creano effetti diversi, più o meno disturbanti, ma non sono l’unica componente nello sviluppo di un meccanismo di dipendenza. Certo la componente scientifica conta: il crack, ad esempio, crea una dipendenza immediata e fortissima».

Quali sono gli strumenti più efficaci per il recupero di chi soffre di dipendenza patologica?

«La relazione terapeutica – risponde senza esitazione la Lami – ovvero un cammino che si fa insieme a qualcuno, normalmente il terapeuta, che utilizza consapevolmente le proprie conoscenze per favorire i cambiamenti nell’altro. Anche per il terapeuta, però, la relazione è utile: chi ha subito grandi sofferenze è spesso una persona ricca che vale la pena di ascoltare. Poi c’è la terapia farmacologica, che però non dev’essere mai fine a se stessa ma inserita in un percorso che comprende, ad esempio, anche il reinserimento nel mondo del lavoro, che può essere terapeutico».

Come si inserisce la collaborazione con Narcotici Anonimi nell’ambito del servizio che svolgete come Sert?

«La forza di Na – spiega Enrica Lami – è il condividere l’esperienza personale, che si integra bene con la conoscenza scientifica del Sert. L’obiettivo è lo stesso: trasformare le abitudini, non una semplice astensione ma un lavoro di crescita e cambiamento attivo senza il quale è frequente la ricaduta. I 12 passi, in fondo, portano a una discussione radicale di sé: non per tutti funziona, ma è uno strumento in più. La terapia del Sert e l’auto mutuo aiuto dei gruppi sono realtà indipendenti l’una dall’altra, ma la loro sinergia ha un’utilità scientificamente riconosciuta».

Cosa pensa degli interventi per la prevenzione da sostanze?

«La prevenzione efficace – spiega la Lami – va basata non su ciò che “non si deve fare”, ma promuovendo le risorse positive che ciascuno di noi ha per vivere con soddisfazione». B.M.S.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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