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INCHIESTA «AEMILIA»

Quelle minacce di Sarcone: «Se non fai così, bang bang»

25 gennaio 2018, 06:00

Quelle minacce di Sarcone: «Se non fai così, bang bang»

Se non fai così, bang bang». Chiarissimo e feroce, come sanno essere i messaggi mafiosi. Ma quello è l'avvertimento che Gianluigi Sarcone avrebbe fatto recapitare a Francesco Falbo prima che si sedesse davanti ai giudici del processo «Aemilia», a Reggio Emilia, per parlare della maxi operazione immobiliare di Sorbolo: quelle centinaia di appartamenti costruiti con i soldi della cosca Grande Aracri, secondo gli inquirenti, e confiscati nell'ottobre del 2016. Il messaggero? Carmine Sarcone, il fratello di Gianluigi e Nicolino, finito l'altro ieri dietro alle sbarre.

Con i familiari in carcere da tre anni, è lui ad aver scalato la vetta del clan emiliano, secondo i pentiti. Che hanno rivelato al processo come alcuni detenuti eccellenti non avessero problemi a far sentire la loro voce all'esterno. A dare ordini. Ma soprattutto a pilotare alcune delle testimonianze del processo. Perché in carcere, a Reggio, nel settembre del 2016, sarebbe entrato un registratore inserito in una semplice «radiolina», sul quale Gianluigi Sarcone avrebbe inciso la sua minaccia, poi fatta recapitare dal fratello Carmine. E' la moglie di Salvatore Muto a portarlo all'interno del penitenziario, ed è lo stesso Muto, lo scorso ottobre, dopo essere diventato collaboratore di giustizia, a raccontare ai magistrati la mossa di Gianluigi Sarcone. «Falbo - si legge nel decreto di fermo firmato dai pm della Dda di Bologna, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi - era stato "consigliato" di sostenere, durante la propria testimonianza al processo, che Sarcone Gianluigi era intervenuto nel cosiddetto "affare Sorbolo", all’epoca dell’estorsione, solo perché era suo cugino e gli aveva semplicemente detto di sporgere denuncia».

Perché è vero che Falbo viene considerato vittima degli appetiti voraci della cosca, che man mano si impossessano delle sue società, ma allo stesso è accusato di reimpiego dei soldi del clan. Una posizione delicatissima. E il segnale di Sarcone sarebbe arrivato fortissimo. Falbo viene sentito due volte davanti al tribunale di Reggio, il 12 e il 17 gennaio dello scorso anno. «Però io voglio anche spiegare, signor presidente - dice titubante - che io non è che... i fratelli... Sarcone, non è che so che appartiene alla ‘ndrangheta». Ma anche la volta successiva - secondo i pm della Dda - Falbo «si è particolarmente impegnato a preservare i Sarcone da qualsiasi accusa».

Insomma, l'ordine sarebbe arrivato a destinazione senza intoppi. Ma altre volte - sempre secondo quanto spiega il pentito Muto - i detenuti di prim'ordine sarebbero riusciti a inviare i loro messaggi anche tramite qualche avvocato presente in aula. Legali che poi avrebbero dato indicazione a Carmine Sarcone di prendere un determinato documento, o cancellarne un altro.

Sarebbe successo anche questo al maxi processo «Aemilia». Mentre Carmine Sarcone, dopo le accuse di Muto e il pentimento anche di Antonio Valerio, avrebbe avuto sempre più timori di poter finire in carcere. Lo scorso settembre aveva anche ottenuto il passaporto. Voglia di andarsene, secondo gli inquirenti. Di sfuggire alle manette. E proteggere la «famiglia». G.Az.

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