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Inchiesta

Violenza sulle donne: centinaia di casi a Parma

05 febbraio 2018, 06:02

Violenza sulle donne: centinaia di casi a Parma

CHIARA POZZATI

«Ero talmente manipolata che mi sembrava tutto normale». Gli “interrogatori” subiti per ore, il controllo ossessivo del suo cellulare, gli scontrini da conservare per dimostrare dove fosse stata: tutto era routine. Normale, perfino l’ispezione degli abiti che indossava al lavoro. «Sono riuscita a uscire da questa gabbia grazie a mia figlia all’epoca 12enne. Dopo l’ennesima sfuriata del padre, mi ha preso la mano dicendomi: “Mamma adesso basta, chiamiamo i carabinieri”». Veronica scuote il capo, il pensiero della figlia le addolcisce i tratti. Una grinta da leone in un corpo esile e una nuova consapevolezza: «Denunciare è l’unica soluzione per uscire dalla paura. Non è semplice, ma lo dirò sempre: è la strada per tornare alla vita». Decide di parlare chiedendo un nome di fantasia, ma purtroppo non c’è nient’altro d’irreale nella sua storia. Il suo aguzzino è «l’uomo che sembrava il principe azzurro, padre dei miei figli». L’incubo di quest’impiegata che vive in provincia è durato cinque anni. «Ho incontrato quest’uomo casualmente: aveva un’attività vicina al mio ufficio che io frequentavo insieme ai colleghi- racconta Veronica-. All’epoca vivevo un periodo difficile ed ero fragile: a causa di una malattia dovevo sottopormi a cure giornaliere in ospedale. Lui si è mostrato fin da subito molto disponibile e gentile. Mi accompagnava in ospedale e spesso trovava la scusa per trascorrere altre ore insieme». Ben presto è scoccata la scintilla e i due sono andati a vivere sotto lo stesso tetto. «All’inizio non era assillante o morboso, anzi era affettuoso e mi riempiva d’attenzioni. Così, anche se sono rimasta incinta dopo pochi mesi di frequentazione, ero felice». Eppure, proprio in concomitanza con la dolce attesa, sono affiorati i primi segnali di una possessività malsana: «Non andando più in ufficio, passavo meno dalla sua attività e lui mi tempestava di chiamate e messaggi per sapere dove fossi e con chi». La situazione è precipitata in un battito di ciglia, «tornava a casa e mi torchiava per ore. Mi accusava perennemente di averlo tradito e per placarlo ero obbligata ad avere rapporti anche quando non me la sentivo. Eppure ancora non avevo la percezione della realtà. Spesso si mostrava pentito, piangeva, mi assicurava che non sarebbe mai più accaduto e io gli credevo». La storia di Veronica si rispecchia in quell’odioso copione comune a tante, troppe donne: «Mi ha fatto terra bruciata attorno. Per non avere guai preferivo evitare di chiamare le amiche a casa, di uscire nemmeno a parlarne. Non riuscivo a parlarne nemmeno con la mia famiglia, perché non volevo si preoccupasse». Nel frattempo è arrivato un secondo bimbo «ma la situazione non è migliorata». Le discussioni si facevano sempre più animate: «Spesso e volentieri mi lanciava contro quel che gli capitava sotto mano: sedie in ferro, stendibiancheria e io scappavo di casa coi miei bambini. Loro hanno sempre visto tutto». Fino all’ultima sfuriata quando Veronica ha chiamato i carabinieri: «Solo allora ho capito la gravità della situazione, di quanto fosse importante togliergli le chiavi di casa, chiamare le forze dell’ordine quando mi pedinava». La macchina della giustizia si è messa in moto a tempo record, la Procura di Parma ha coordinato le indagini, ha prestato ascolto con delicatezza e attenzione: «Tra poco andrà a processo, ora ho ricominciato a vivere. Sono arrivata a credere di essere nel torto, che fosse normale il suo atteggiamento e anche a giustificarlo. Ora so che l’amore non può essere fatto di gelosia folle, controllo maniacale e paura».

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