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La storia

Paola Cassoni, tabianese paladina della natura australiana

14 febbraio 2018, 06:00

Paola Cassoni, tabianese paladina della natura australiana

SIMONA GONZI

Alpha, bacino della Galilea, entroterra del Queensland. Si trova qui il santuario naturale di Bimblebox: 8000 ettari di terra, uno dei pochi ecosistemi naturali rimasti nella regione in cui si preservano le piante e gli animali nativi di questa parte dell’Australia. La tabianese Paola Cassoni è la custode di Bimblebox e la donna che ha detto no ai magnati del carbone.

«Sono arrivata in Australia vent’anni fa insieme con mio marito Ian e il mio ideale di sempre: la natura e la sua salvaguardia. Prima ci fermiamo nella tenuta terriera della famiglia di Ian, poi decidiamo di mettere su casa a dieci chilometri da li: niente allacci di acqua e luce ma per me il sogno che si avvera di essere nella foresta» racconta Paola Cassoni, ripercorrendo le emozioni di quegli anni.

L’Australia è il continente degli estremi: siccità, estati torride, tormente di sabbia o alluvioni memorabili. La scelta della coppia è di vivere in armonia con tutto questo: l’elettricità la ottiene attraverso i pannelli solari e l’acqua la raccoglie nelle cisterne. Nella natura incontaminata crescono i quattro figli, lavorando alla fattoria. Negli anni novanta la zona diventa terra di disboscamenti a tappeto con migliaia di ettari di foresta abbattuta e un impatto ambientale di grandi proporzioni.

«Lo Stato dà forti incentivi per trasformare le foreste in pascoli, e gli allevatori acquistano sempre più terreni per convertirli. Avevamo qualche risparmio, che cosa si poteva fare? – racconta lei -. Comprare un camionetta nuova per arrivare in città senza problemi o qualche accumulatore in più, in modo da avere un freezer in casa? Alcuni ambientalisti ci fanno notare che una foresta di 8.000 ettari poco lontano da noi sta andando all’asta: così, inizia la corsa per cercare chi poteva aiutarci a finanziare l’acquisto. E l’aiuto arriva dallo Stato, che dà incentivi per distruggere, ma anche per proteggere. Si va all’asta. Ci siamo noi e una famiglia di allevatori e quella sera si brinda: Bimblebox è nostro, e pensiamo che almeno questa foresta non verrà mai abbattuta».

Nel 2007, l’imprevedibile. Su tutta la regione viene concessa l’autorizzazione alle perforazioni minerarie per il carbone termico. «Arrivano compagnie minerarie australiane e multinazionali, la cittadina si riempie di gente che di notte è nei pub e di giorno va sulle trivelle. Non posso crederci, ma vengono anche da noi. Nel 2008 i ventisei buchi d’esplorazione sono abbastanza per capire che il carbone c’è anche a Bimblebox e di buona qualità. Per l’anno seguente ci sono in programma altre cento trivellazioni. Decido di passare al contrattacco. Vado nella capitale del Queensland, a mille chilometri dalla fattoria, negli uffici di due ministri, quello dell’Ambiente e quello dell’Infrastruttura e vado anche nella capitale dell’Australia, Canberra. Mi rispondono che il contratto di proteggere la foresta per sempre vale solo per noi e non per loro. Gli interessi minerari sono ben al di sopra di qualsiasi altro valore e imparo con il tempo che le lobby dei magnati del carbone hanno infiltrato la politica e i ministri».

Ma l'austrotabianese non si ferma, e dopo venticinque anni senza quasi mai essersi spostata dalla sua riserva, si ritrova proiettata su un percorso inaspettato dalla scoperta del carbone. «Visito il porto di Abbot Point, vicinissimo alla barriera corallina: montagne di carbone aspettano per essere caricate sulle navi verso destinazioni asiatiche. L’idea non mi fa dormire la notte».

Le visite ai luoghi istituzionali non raggiungono gli effetti sperati, ma dare voce al caso cattura l’attenzione dell’opinione pubblica. «Le lettere ai giornali accendono i riflettori sul caso. Anche una giornalista della tv nazionale ne viene a conoscenza e la redazione le permette di trasmettere notizie approfondite in due notiziari della radio. Inizio ad avere molti amici».

A Paola Cassoni si unisce sempre più gente, persone comuni che si riconoscono in una battaglia che sembra persa, sostenendo il coraggio di una donna che lotta per i diritti della loro terra senza nemmeno essere australiana. Petizioni, conferenze, comitati, incontri, gruppi ambientalisti: il dibattito avvicina più di 15mila persone che chiedono al governo di non portare avanti il progetto minerario. «Arriviamo in tribunale con le nostre ragioni, perché sebbene dall’altra parte ci sono le multinazionali con i portafogli gonfi, noi crediamo nel sistema giudiziario. Dopo sette anni di propaganda vinciamo e anche se dopo un anno il verdetto cambia è troppo tardi: il prezzo del carbone si è abbassato e per ora non un cucchiaino di carbone è stato estratto da Bimblebox».

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