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Violenza sulle donne, a Parma pugno di ferro: 212 casi a processo

15 febbraio 2018, 06:03

Violenza sulle donne, a Parma pugno di ferro: 212 casi a processo

CHIARA POZZATI

Schiaffi, spintoni, porte chiuse a chiave, lividi e urla: rimane tutto soffocato nelle mura domestiche. Nascosto. Come se fosse normale per una donna subire anche dopo aver chiesto aiuto. Succede altrove, ma non a Parma dove - esclusa la procura distrettuale bolognese - si registra il maggior numero di ordinanze (17% ) fra custodia cautelare in carcere, domiciliari e allontanamenti dalla casa familiare di tutta la Regione.

Non solo: sempre nella nostra città - questa volta compreso il capoluogo di Regione - risultano più aggravamenti di misure. E su 212 casi - parliamo del periodo 2013-2016 - i processi si sono conclusi con oltre il 61% di condanne e meno del 20% di assoluzioni. Non un valzer di cifre, ma una fotografia nitida: il sistema giudiziario cittadino spicca per la capacità di risposta agli atti di violenza sulle donne. Ecco un dato fra i tanti che fa parte della relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e sulla violenza di genere, votata all’unanimità nei giorni scorsi.

Un fiume di numeri raccolti dalla Commissione, analizzati e messi nero su bianco, grazie al questionario arrivato a tutti gli uffici giudiziari del Belpaese. Dalle procure generali della Repubblica, a tutte le corti di appello, nonché alla Procura generale della Corte di Cassazione e alla Suprema corte stessa: tutti sono stati chiamati per la realizzazione di un focus preciso sulla situazione. Un questionario che ha visto in prima linea il sostituto procuratore di casa nostra, Lucia Russo, tra i massimi esperti a livello nazionale e consulente della Commissione.

Una radiografia della situazione che ha messo in luce virtù e (ancora troppi) limiti di un sistema culturale, non solo giudiziario che deve ancora fare tanta strada. Va detto subito che ci siamo concentrati sul focus del distretto di Bologna e i dati fanno riferimento agli anni 2013-2016. Parma è un paese per donne, partiamo da qui. Stando alla media annua calcolata dall’Istat, sono 227.636 quelle che abitano nella nostra provincia, e siamo quarti in Regione (dopo Bologna, Modena e Reggio) per popolazione femminile. Maltrattamenti, stalking, violenze sessuali e di gruppo, omicidi consumati o tentati: sono questi i reati presi in esame dalla Commissione e balza subito all’occhio che Parma e Bologna hanno avuto lo stesso numero di casi riconducibili ad autori noti. Ben undici casi, per la precisione. Nel triennio 2013-2016 nella nostra città si contano 379 procedimenti penali per maltrattamenti (16,57 «casi» ogni 10mila donne residenti sul territorio).

Le violenze sessuali nella maggior parte dei casi hanno un responsabile conosciuto dalla vittima, ma non sono rare nemmeno quelle a carico di ignoti. A Parma ad esempio si contano ben 13 procedimenti per violenza sessuale a carico di ignoti. Un capitolo a parte merita poi lo stalking: subito dopo Bologna, infatti è a Parma che si conta il maggior numero di procedimenti per stalking (ben 241). Siamo sesti in Regione, invece, per il numero di arresti o fermi dell’aggressore in flagranza di reato.

In generale nel nostro territorio le manette sono scattate «in diretta» soprattutto per maltrattamenti (22 casi) e stalking (13 casi). Da non dimenticare gli arresti in flagranza per i casi di omicidio (7 su undici) e per violenza sessuale.

LA STORIA

Una storia di botte e gelosia. Un’ossessione covata dentro come il peggiore dei mali per poi deflagrare in scatti d’ira nei confronti di chiunque osasse sfiorare la «sua» donna con lo sguardo. L’ultimo caso di stalking (e non solo) chiuso dalla Squadra mobile risale a venerdì scorso. Con un’ordinanza di misura del divieto d’avvicinamento, di comunicazione e qualunque contatto con la vittima emessa dal giudice per le indagini preliminari in tre settimane scarse. Per non farci mancare nulla poi, sono scattate anche le manette per droga. Per questo è finito nei guai E.S., 22enne albanese.

La vittima è di sei anni più grande. Una ragazza normale, impiegata, inizialmente allo scuro del carattere irascibile del 22enne e del suo legame con gli stupefacenti. Parliamo di una relazione di pochi mesi, iniziata a ottobre 2017, e finita con il secco «addio» di lei. Un affronto intollerabile per lui che l’ha trascinata nell’incubo. La tempestava con una valanga di messaggi, botte, ispezione del cellulare fino all’intimidazione con una pistola. Una Beretta giocattolo, d’accordo, ma talmente ritoccata da sembrare vera perfino agli esperti di armi. Non solo atti persecutori e droga, ma anche un gesto che ha scatenato il panico in una discoteca di San Prospero.

Già, perché è emerso che è stato proprio E.S. a spruzzare lo spray al peperoncino nel locale gremito per mettere fuori gioco un giovane che aveva tentato di proteggere la vittima dagli ennesimi spintoni. A fare il suo ingresso negli uffici di borgo della Posta è stata proprio la giovane donna un mese fa. Uno scricciolo di ragazza, lo sguardo stravolto e una pistola che credeva fosse vera custodita nella borsa. Lì ha trovato il coraggio di parlare coi poliziotti. Le indagini della Sezione reati contro la persona sono scattate in tempo record, tanto che su richiesta del sostituto procuratore Fabrizio Pensa, il gip ha subito emesso l’ordinanza di applicazione della misura del divieto di avvicinamento.

Ma non è finita. Quando i poliziotti hanno individuato il 22enne - una strada in salita visto che si tratta di un clandestino senza fissa dimora - hanno scoperto che addosso nascondeva bustine di cocaina. Polvere bianca purissima, 14 grammi pronti da rifilare ai nasi parmigiani, e 225 euro provento di spaccio. Così sono scattate le manette ai suoi polsi. Ma ogni giorno l’unità speciale (e specializzata) della Squadra Mobile si occupa di violenze di genere. Ecco perché abbiamo chiesto a Cinzia Canzano, ispettore capo della Seconda sezione, quella più delicata, come funzionano le indagini più dolorose.

«La maggior parte delle donne che entra nei nostri uffici teme costantemente di non essere creduta o di essere giudicata. E’ talmente tanto invasiva l’opera di demolizione della dignità subita da uomini violenti che credono di avere una percezione distorta della realtà». Cinzia, insieme al resto della squadra, ha sentito troppe volte frasi come «sono sbagliata io», «mi vergogno anche solo a raccontarle questo».

«Ecco perché il primo nostro grande obiettivo è quello d’instaurare un rapporto di fiducia con le vittime. Mettendole a loro agio, ascoltandole, cercando d’interpretare espressioni, parole e fatti che molto spesso rappresentano la punta dell’iceberg. Le violenze psicologiche sono quelle che fanno più male: le cicatrici sulla pelle si rimarginano, quelle nell’anima sono più dolorose - prosegue l’ispettore -. Porto dentro ogni caso, ma uno in particolare mi è rimasto impresso: la storia di una 40enne continuamente denigrata sia come donna che come madre, costretta ad umiliazioni perenni e nemmeno più libera di fare la spesa, di parlare di sé, di scegliere l’abbigliamento».

Una storia che si è conclusa con un fascicolo d’indagine che ha racchiuso anni di soprusi «ma anche la forza di dire basta, denunciare e tornare alla vita». ch.poz.

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