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LA MORTE DELL'EX RETTORE

Quell'ultimo sms inviato all'amico

15 marzo 2018, 06:03

LAURA FRUGONI

L'orizzonte su cui ha chiuso gli occhi è pura desolazione: una specie di tana di cemento circondata dai giganteschi piloni di un ponte, il frastuono intermittente dei Frecciarossa che frusta il silenzio. Intorno solo fango, ciarpame e siringe, tante siringhe.

Loris Borghi, 69 anni, l'ex rettore dell'Università di Parma che la scorsa primavera era stato travolto dal tifone Pasifami, l'hanno trovato ieri pomeriggio laggiù, a ridosso di un muretto sotto il cavalcavia dell'Alta velocità all'ingresso di Baganzola.

L'équipe del 118 ha provato disperatamente - ostinatamente - per lunghissimi minuti a rianimarlo. Ci erano perfino riusciti a strappato alla morte, ma soltanto per un paio d'ore: Loris Borghi è spirato nel reparto di Rianimazione appena prima delle 18.

L'allarme era scattato intorno alle 15,30: un amico, anche lui medico e da molti anni stretto collaboratore di Borghi, aveva ricevuto un sms dall'ex rettore. Poche parole in cui annunciava «in diretta» il gesto tremendo che stava per fare. Un messaggio d'addio ma forse anche un'estrema richiesta d'aiuto.

Chi l'aveva visto o anche solo sfiorato in questi ultimi giorni descrive Loris Borghi come un uomo depresso, annientato, confuso.

L'amico ha intuito subito che non c'era un istante da perdere: è saltato in macchina con il cuore in gola, diretto verso Baganzola, dove l'ex rettore aveva un appartamento. In casa lui non c'era ma proprio tra quelle mura l'amico ha trovato un altro messaggio d'addio: in quelle parole la traccia giusta per andare a cercarlo.

E' risalito in macchina e da strada Baganzola ha deviato su una carraia che arriva fino all'argine. La station wagon s'è spinta fino a ridosso del sottopasso, da lì in poi si prosegue solo a piedi. E' riuscito a trovarlo: Loris Borghi era in condizioni disperate, un braccio martoriato con una profonda ferita inferta con un coltello all'altezza del gomito. Probabile anche che avesse ingerito anche una massiccia dose di psicofarmaci.

L'amico si è attaccato al telefono, l'allerta al 118 è arrivata direttamente dai carabinieri. Tutti in pochi istanti si sono precipitati a Baganzola per tentare di impedire a un uomo di essere inghiottito dalla sua disperazione.

La corsa dell'ambulanza al Maggiore, il trasferimento immediato nel reparto di Rianimazione, mentre la notizia che qualcosa di terribile era successo a Loris Borghi correva in città, inarrestabile.

Impossibile riuscire a salvarlo. Resta il dovere di capire, ricostruire l'ultima tragica sequenza di quegli istanti.

S'è fatto buio da un pezzo quando dalla palazzina color pastello affacciata su strada Baganzola - pochi campanelli, su uno c'è scritto Loris Borghi - escono due militari in borghese, scendono anche l'amico della station wagon e una ragazza bionda, l'aria affranta.

Basta fendere il traffico e s'approda dall'altra parte di strada Baganzola e subito s'incontra una stretta laterale orlata di villette che sale fino alla pista ciclabile lungo l'argine. Giri a destra e il grande scheletro del sottopasso si staglia all'orizzonte. Non è molto lontano. Non è difficile immaginare un uomo che s'incammina in un pomeriggio tiepido sull'argine, ormai ostaggio dei suoi fantasmi. Su quell'argine di solito la gente cammina, corre. Ieri non c'era un'anima in giro: avanzavi nel fango in un pianeta abbandonato, spettrale. Senza il barlume di una luce.

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