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IL SUICIDIO DI BORGHI

L'amico: «Mi ha scritto: “sto per uccidermi”»

16 marzo 2018, 06:02

Laura Frugoni

«Anto, io sto per uccidermi. Prendi le chiavi di casa e vieni a Baganzola, troverai un foglio sul tavolo. E' l'ultimo favore che ti chiedo».

Antonio Nouvenne illumina lo schermo del telefonino e compare quell'sms sconvolgente che ormai conosce a memoria. E' lui l'amico che mercoledì pomeriggio aveva raggiunto Loris Borghi agonizzante sotto il cavalcavia di Baganzola. Il destinatario di quel grido, il primo ad accorrere, a cercare di strappare l'ex rettore da una morte decisa e - probabilmente - programmata da tempo.

Ieri mattina l'avevamo cercato. «Sono fuori fase... Però glielo devo», ha mormorato, accettando di raccontare quegli istanti tremendi in un'intervista. L'intervista si è dipanata in un incontro: denso di parole, ricordi, immagini. Comprese le ultime, le più difficili da dire.

Quarant'anni, gastroenterologo, braccio destro e «delfino» di Borghi. Non è difficile comprendere perché l'ex rettore abbia scelto proprio «Anto» come esecutore delle ultime volontà. «L'ho vissuto tutti i giorni per undici anni, fino all'ultimo istante. Penso che mi volesse bene come a un figlio, anche se sono stato sempre il più “sgridato” tra i suoi allievi».

Dice cose che non t'aspetti: «Ultimamente l'avevo visto molto sereno. L'aveano invitato a Roma alla conferenza dei rettori, la prossima settimana: avrebbe ricevuto una medaglia e mi aveva chiesto di accompagnarlo».

La sua missione ora è «sgombrare il campo dai pettegolezzi» su questa morte atroce. E difendere il suo maestro. «Un uomo che ha avuto un unico grande amore - dice Nouvenne - che è stato l'università. I suoi errori? Lui riteneva che l'intellettuale fosse integerrimo per definizione: l'errore se mai è stato fidarsi di certe persone che integerrime non sono. In queste ore s'è fatta l'equazione più facile: la depressione l'ha portato al suicidio. Non è così. Lui non s'è ucciso per la questione giudiziaria».

Cosa l'aveva ferito di più? «Il fatto di scoprire di essere inquisito dalle locandine dei giornali e dai lanci delle notizie sui siti. “Mi hanno tolto tutto” ha lasciato scritto». Si era sentito abbandonato? «Certo. Perché quel castello di accuse costruito sul livore di pochi non era stato smantellato con decisione dalla comunità accademica, non hanno voluto isolare le mele marce. Sono stati gli odi personali a portarlo alla morte».

Torniamo a quel momento. A quando legge quel messaggio agghiacciante: sto per uccidermi. «L'ho ricevuto alle 15,19, ero in una riunione in ospedale. In macchina sono corso a Baganzola. A casa sua ho trovato due lettere: in una spiegava perché aveva deciso di morire. Ringraziava una serie di persone. Nell'altra ha messo le informazioni per chi lo avrebbe cercato: “penso che andrò nella carraia, sotto il ponte...”. Mi sono precipitato là, anche se non sapevo bene dove andare. Ero al telefono con i carabinieri quanto l'ho visto...».

La schiena appoggiata su un muretto dentro quel tugurio di cemento: il braccio squarciato da una ferita all'altezza del gomito, il telefonino scivolato dalla mano. Accanto un grosso coltello e un cutter. «L'ho messo disteso. Con una sciarpa ho cercato di bloccare l'emorragia, gli ho praticato un massaggio cardiaco e si è leggermente ripreso. Poi la respirazione bocca a bocca... Dieci minuti e sono arrivati colleghi del 118. Bravissimi: l'hanno intubato, anche loro hanno cercato di rianimarlo a lungo ma è subentrato un nuovo arresto cardiaco...».

Come ci si sente il giorno dopo? «Ho un senso di colpa profondo. E tante domande: se fossi arrivato dieci minuti prima? Perché non ho colto nessun segnale? La mia impressione è che sia stato tutto attentamente programmato. Che abbia voluto liberarsi. E anche autopunirsi. Ma la modalità del gesto è pragmatica, e lui era un uomo assolutamente pragmatico».

Nella lettera che ha lasciato punta il dito su qualcuno? «Nella questione giudiziaria non entra. Non accusa nessuno: non era uomo da recriminazioni. La lettera inizia più o meno così: “avevo un angioletto che mi proteggeva, ora non mi protegge più e vado da lei”. Allude alla figlia, morta tanti anni fa di leucemia. Ringrazia una decina di persone, chiamandole tutte per nome. Sì, ci sono anch'io». Nomina anche Tiziana Meschi? «A lei chiede espressamente di non maledirlo per questo gesto».

Si è chiesto perché Borghi ha voluto che arrivasse proprio lei sotto quel ponte? «Forse ha deciso lucidamente che io fossi l'unico in grado di sopportare quella vista». E l'unico che avrebbe potuto provare a salvarlo? «Questo è un bel macigno - scuote la testa il medico - ma non sarà troppo difficile da portare. Io sono un sentimentale, non mi interessa niente della crudezza dei fatti. In un gesto così tremendo si leggono tanti richiami: per me è stata una scelta. Non era più padrone della sua vita: ha cercato la libertà e l'ha trovata solo così. Ha scelto anche che io gli rimanessi vicino, fino all'ultimo respiro. E questa è una responsabilità, ma anche un sollievo. Nel cuore porto una certezza: più di così non potevamo fare».

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