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SUICIDIO DI BORGHI

Tiziana Meschi: «Un anno orribile. Ha affrontato il dolore in solitudine»

16 marzo 2018, 06:03

Monica Tiezzi

Ancora sgomento, occhi umidi e un lutto palpabile ieri nella Medicina interna e lungodegenza critica del Maggiore, il reparto che Borghi aveva guidato e fatto crescere negli anni. A dare voce al dolore collettivo è Tiziana Meschi, direttrice del reparto, un incarico per il quale l'ex rettore era indagato per abuso d'ufficio. Borghi si sarebbe dovuto astenere dal fare il suo nome, secondo i magistrati, visto che era stata accertata la loro convivenza.

Vi aspettavate un gesto simile?

«No, ma in reparto ci eravamo resi conto del suo dolore. Il 2017 è stato per lui un anno orribile. Nonostante fosse in pensione dal primo gennaio, era qui tutti i giorni. Abbiamo cercato di coinvolgerlo nel lavoro, gli abbiamo chiesto di restare come professore ordinario. Ma le sue scelte sono state sempre troppo nette e definitive: dimettersi da rettore, andare in pensione anticipata.... Ha affrontato la solitudine senza lamentarsi, senza mai dire una parola contro nessuno, sempre schivo. Non lo abbiamo capito, o forse non siamo riusciti a comunicare affetto».

Perché tanta disperazione? Borghi aveva vissuto esperienze più devastanti, come la morte della figlia.

«La sua vita era l'università: lavorare 12 ore al giorno, credere nel gruppo, sacrificarsi. Quando ha lasciato l'ateneo si è sentito orfano, abbandonato. Per uno come Borghi, che non aveva mai rubato un centesimo e che pagava di tasca propria gli arredi del reparto, trovarsi in quella situazione è stato devastante. Ha cercato di reagire: si è prestato ai compiti più umili nel reparto, aiutava la caposala a compilare le cartelle cliniche, aveva rivisto il nuovo testo di semeiotica che abbiamo pubblicato un mese fa, dopo tre anni di lavoro. Ma la speranza stava finendo. Lo vedevamo sempre più triste e magro, la testa altrove mentre facevamo le riunioni di ricerca».

Vi eravate visti il giorno della sua morte?

«Sì, era venuto in reparto, come al solito. Sembrava una giornata come tante. Ci sono ancora le sue ciabatte e le sue cose in giro».

Com'era il vostro rapporto?

«La magistratura su questo ha già parlato. È stato il mio maestro: l'ho conosciuto nell'86 e da lui ho imparato moltissimo, un insegnante di medicina e di vita. Gli ho voluto un bene immenso, come tutti quelli che lo hanno conosciuto. È da stamani che rispondo a telefonate e messaggi di cordoglio dall'Italia e dall'estero».

Dal punto di vista scientifico, per cosa sarà ricordato Borghi?

«Per i suoi studi sulla calcolosi renale, materia fino ad allora considerata una ”cenerentola”. L'articolo che pubblicammo nel 2002 sul New England Journal of Medicine si collocava in un contesto internazionale, dal momento che Borghi aveva approfondito l'argomento a Dallas, Chicago e Liverpool, e per la prima volta portava evidenze scientifiche e sistematiche sul fatto che questa malattia poteva essere trattata anche senza farmaci, con un approccio dietetico ed idropinico».

La morte di Borghi è stata eclatante, quasi teatrale. Ha voluto lanciare un messaggio?

«Direi una morte sacrificale... Non so se abbia voluto lasciare un messaggio con la sua morte, di certo ha lasciato un insegnamento con la sua vita: lavorare sodo, non lamentarsi, trattare tutti con la stessa gentilezza, restare semplice e umile, tenere la schiena dritta, rispettare le istituzioni. Lui l'ha fatto, anche troppo, pagando un prezzo spropositato. Ci lascia un'eredità che non va dispersa».

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