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REGIO

Tutti inchinati di fronte alla «regina» Devia

16 marzo 2018, 06:00

Lucia Brighenti

Il sipario si chiude su Elisabetta I che cammina verso il pubblico, vestita di una tunica bianca, svestiti i paramenti regali: niente parrucca, niente corona, niente gorgiera. Solo una donna, non più una regina, che quasi sfonda la terza parete del teatro, e gli applausi e l’emozione sono prima di tutto per lei: Mariella Devia, interprete raffinata, vera protagonista di Roberto Devereux.

Il titolo di Gaetano Donizetti, che mancava dal Teatro Regio Parma da centosettantotto anni – e che era stato, sinora, rappresentato in città un’unica volta – ha avuto la sua prima ieri sera, seconda opera nel cartellone della Stagione Lirica 2018. Il risultato è stato un successo, complice la bravura del soprano che sin dalla prima aria e cabaletta ha sollevato lunghissimi applausi a scena aperta e ha meritato l’epiteto di “regina”.

Gli spettatori, anche se non pochi, avrebbero potuto essere un po’ di più, vista l’occasione di ascoltare un’opera così rara per Parma.

Applausi a scena aperta anche in altri momenti dell’opera: Sonia Ganassi (Sara) riceve apprezzamenti al termine del duetto con il Duca di Nottingham. Stefan Pop (Roberto Devereux) convince di più nel belcanto donizettiano che nel ruolo del Duca di Mantova (recentemente interpretato proprio al Teatro Regio di Parma).

Applausi anche per l’Orchestra dell’Opera Italiana diretta da Sebastiano Rolli e per il Coro del Teatro Regio.

Completano il cast Sergio Vitale (Duca di Nottingham), Matteo Mezzaro (Lord Cecil), Ugo Guagliardo (Sir Gualtiero Raleigh), Andrea Goglio (un paggio), Daniele Cusari (familiare di Nottingham).

Alfonso Antoniozzi adotta una regia dei movimenti lineare e minimale, per agevolare i cantanti nei cimenti impervi cui Donizetti sottopone la loro voce. Il regista si appoggia molto all’aspetto simbolico, oltre che visivo, dei costumi, disegnati da Gianluca Falaschi con attento studio dello stile elisabettiano.

Durante la sinfonia iniziale si assiste, infatti, a una sorta di cerimonia di vestizione della regina, cui viene fatto indossare uno sfarzoso abito dorato con maniche, colletto, paramenti. Sfarzo che però si va attenuando nel corso dell’opera, con l’emergere dell’aspetto umano e privato del personaggio.

Nel secondo atto la regina è già vestita con un abito più sobrio e nero, mentre nel terzo appare ormai senza parrucca, con una tunica bianca e un lunghissimo e splendido manto, che viene srotolato pian piano svelando il peso che grava sulle spalle della regina: sul mantello sono infatti rappresentate le mappe dell’Inghilterra e dell’Europa. Un peso di cui Elisabetta si libera alla fine, pronunciando la sua ultima frase: «Non regno... non vivo... Escite... Lo voglio... Dell’anglica terra sia Giacomo il re».

Lo spettacolo è completato dalle scene di Monica Manganelli – le stesse, con piccole modifiche, che erano state impiegate per Anna Bolena e dalle luci di Luciano Novelli.

Il pareri del foyer

Tutti inchinati di fronte alla regina. Il pubblico del Regio, estasiato da quella voce morbida con acuti d’acciaio sostenuti da una tecnica infallibile, ha accolto con un’autentica ovazione l’uscita alla ribalta di Mariella Devia protagonista del Devereux, nei panni di Elisabetta. Il soprano continua a sorprendere per la sua longevità vocale, musicalità e perfezione. Nel foyer, si parlava molto di lei, così minuta ma così potente in scena.

«E’ un’artista vera - spiega Clotilde Carpigiani - Mi ha trascinato nel dramma con la sua interpretazione. Anche stasera ha dato una lezione di canto. Ha sentito la luminosità nel registro acuto? Lo spettacolo è lei».

Per l’ex comandante provinciale dei Carabinieri Marino Ollari «lo spettacolo è elegante, belle anche le luci, c’è armonia e la regia è rispettosa del canto. La Devia è superlativa, si sente la sicurezza del mestiere». «E’ vero canta ancora bene - aggiunge il vice presidente di Parma Lirica Carlo Tedeschi - anche Pop ha fatto bene». Il grande nome attira anche chi non ama questo repertorio. «Sono venuto per ascoltare la Devia - racconta Luigi Mangiagalli di Milano - Da verdiano confesso di sopportare a fatica quest’opera, ma è così raro sentirla e poi con un nome così grande, non si poteva mancare. Grandissima Devia e molto bene Ganassi, una Sara di spessore». Sono piaciuti i protagonisti dell’opera fatta di intrighi di corte, tradimenti veri o presunti, ragioni di stato e potere. «Brava la Ganassi - dice Carlo Trentini - Fraseggio, legato e stasera ha piazzato degli acuti da fare concorrenza alla Devia!». Presente anche Mauro Lucco noto storico dell’arte e curatore di mostre di grande importanza per cui «Devia è di una bravura unica. Non sono verdiano e so che dirlo a Parma mi attirerò qualche critica. Verdi è narrativo, drammatico, va dritto al dunque mentre Donizetti ci mette vezzi e abbellimenti. La qualità della sua musica è nettamente migliore». Per Priamo Ferrari «l’orchestra ha fracassato un po’, serviva delicatezza in questo Donizetti. Ma il maestro Rolli ha comunque ottenuto le giuste sfumature». Protesta Gigliola Calestani «basta mimi che girano intorno ai cantanti! Belli i costumi d’epoca, sontuosi». Si ironizza sulla scena della prigione nella quale il tenore sembra dentro una voliera. «Ha visto? Hanno messo l’uccellino in gabbia! – ride Andrea Valentini - Scherzo. Lo spettacolo non è sorprendente ma è rispettoso della drammaturgia e dei cantanti. Il tenore Pop, a me piace moltissimo. Ha squillo tenorile ormai raro, un bel timbro e sa anche cantare piano». Consensi positivi per il tenore anche da Matteo Carboni «mi è piaciuto, sta crescendo bene. Opera difficile e ben interpretata». Ilaria Notari

Lassù in loggione

In loggione, ieri sera, non si avvertiva il fermento, il calore, la passionalità, il trasporto emotivo che si possono avvertire per un opera verdiana. Comunque l’attesa era tanta anche per via degli artisti in scena tra i quali il soprano Mariella Devia. A tenere banco, prima dell’inizio dell’opera, il recente verdetto elettorale che ha cambiato molti scenari anche nella nostra città. Altro che quelli del Regio! Un vecchio e simpatico «compagno» deluso commenta a caldo: «in cl’opra chi la regén’na, osesionäda dal fantäzma äd Roberto, la s’ n’ in va. In-t-al PD Renzi, anca s’al s’insòggna i fanstäzma äd Salvén e äd Di Maio al n’é s’ cäva miga dal bali. At pól stär sicur». L’opera e l’esibizione dei vari artisti sono piaciuti al loggione. Attesissima Mariella Devia, regina in scena e nel cuore dei melomani. «Anca sl’ a va su con j ani l’é sémpor bräva. L’é cme la Rolls Royce, un modél ch’al n’é pasrà mäj äd moda». Consensi anche per il mezzo soprano Sonia Ganassi ed il baritono Sergio Vitale. Il tenore Stefan Pop è piaciuto più in questa opera che nel Rigoletto «as’ vèdda che al s’ cata méj in Inghiltéra che a Mantva». Applausi anche per l’orchestra e per il maestro parmigiano Sebastiano Rolli che è andato a memoria «l’è méj - ha osservato un loggionista storico - avérogh al spartì in tésta che la tésta in t’al spartì». Apprezzata la scenografia anche se non sono mancate un paio di battute sempre all’altezza del sarcasmo parmigiano del solito Gigètt Misträli, una forza della natura. «Par mé cont cóll mimo vestì da pajas al gh’éra de più. E po’, in cóll momént chi, in Itàlja, äd pajas a gh’ n’ èmma anca trop». Anche la scena dei pari schierati in parlamento dai cui austeri costumi sbucava la testa dorata ha ispirato Gigètt: «I parävon di bocén äd profùmm ch’j’ én in vedrén’na da Nadalèn in via Garibäldi». E Donizetti ha soddisfatto i melomani? Certamente. «Ilj òpri äd Donizetti - ha detto Claudio Mendogni anima della “Verdi” - i partìsson pjan cme i locomotór äd ‘na volta, po’ cuand i ciàpon velocitè i van via ch’l’é ‘na blèssa». Lorenzo Sartorio

Ha collaborato Enrico Maletti

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