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Il caso

Solomon in fuga, la paura di papà Fred. E polemica a Mezzani Video

23 marzo 2018, 06:03

LAURA FRUGONI

«Ho avuto tanta paura...», mormora papà Fred, mentre con le mani strapazza il fazzoletto. Quando ieri mattina i poliziotti l'hanno chiamato per dirgli che Solomon era scappato dalla Rems, Fred Nyantakyi era in via San Leonardo, nella casa del massacro dove non aveva più messo piede dall'estate scorsa.

Ci era ritornato per la prima volta il giorno prima, mercoledì intorno a mezzogiorno, insieme al padrone di casa e ai poliziotti della squadra mobile: l'indagine è conclusa, i sigilli ormai non servono più. Ma l'orrore è rimasto cristallizzato dentro quelle mura.

«Ieri avevo pulito tutto il sangue - sussurra Fred - e questa mattina ci sono andato ancora insieme a mio cucino: stavo sgombrando il frigorifero e il congelatore quando mi hanno chiamato».

Il dialogo con Fred è una salita ripida e non perché lui non voglia aprire il suo cuore. Sono le parole che non ne vogliono sapere di uscire, anche se a volte perfino parlare sembra un esercizio inutile. Dicono già tutto i suoi silenzi e i suoi sguardi, le mani bagnate di lacrime.

Ieri mattina era cominciato un altro incubo, qualcosa che non s'aspettava. «Sono andato subito a Mezzani, c'erano i carabinieri... poi ho visto che hanno ricevuto una telefonata: l'avevano trovato». Fred si è precipitato in caserma a Sorbolo, a metà pomeriggio era di nuovo alla Rems: a parlare con suo figlio, di nuovo a cercare di capire.

«Gli ho chiesto perché. Mi ha detto “volevo uscire e basta”. Ma lui non può uscire da lì, deve curarsi, deve stare meglio. Sì, rispetto a prima sta un po' meglio adesso».

Parla mai di quello che è successo, si rende conto di quello che ha fatto? «Parla poco. Io lo vado a trovare tutte le settimane da quando sono tornato dall'Africa, là ci sono mio padre e mia madre, che sono anziani, ci sono i miei fratelli. In Africa mi sento un po' meglio...»

Il cuore di Fred resta diviso a metà: da una parte il rifugio della sua terra, dall'altra i suoi due figli che sono qui, soprattutto Solomon con i suoi fantasmi da dissipare. «Gli psichiatri me l'hanno detto, che quella malattia lì può venirti all'improvviso e spingerti a cose inimmaginabili. Prima diceva che sentiva le voci. Adesso no, non le sente più. Gli dico che la sua vita non è finita, che piano piano potrà cominciarne un'altra, quando sarà tutto finito e starà meglio. Lui dice di sì».

E la tua vita, Fred? Si riesce a riprendere il cammino? «Io piango. Quando sono solo penso e piango», e la voce si spezza di nuovo. Gli assistenti sociali gli hanno dato una nuova casa a Vicofertile, «è molto piccola, mio figlio non vorrebbe stare lì, vorrebbe una camera tutta sua». Raymon lavora come metalmeccanico. Fred dice che no, ancora non se la sente di lavorare. «Il mese prossimo torno in Africa, poi a maggio vengo qui e cerco un lavoro». Raccogliere i pezzi è uno sforzo quotidiano, infinito. Per lo meno l'angoscia di sapere Solomon in fuga è stata breve. L'hai sgridato? «Un po' sì. Gli ho detto che deve rimanere lì, non può andare da nessun'altra parte. Lui mi aspetta. L'altro giorno non ero riuscito ad andare a trovarlo e allora lui mi ha chiamato al telefono. E' mio figlio: ha bisogno di me».

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