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Il personaggio

Marzi, sei mesi in Africa ad operare i bimbi malati

24 marzo 2018, 06:00

SANDRO PIOVANI

Sei mesi a Khartoum, al Salam Centre for Cardiac Surgery gestito da Emergency. Sei mesi a lavorare sempre, senza sosta. Sei mesi lontano dalla famiglia, dalla moglie e dai due figli. Sei mesi a operare soprattutto bambini e adolescenti. Al cuore.

In équipe formate da medici in arrivo da tutto il mondo, da dottori e infermieri del posto. Un centro che parlava già parmigiano, visto che uno dei primi cardiochirurghi italiani a lavorarci fu il dottor Marzio Busi, scomparso da poco. Una tradizione che Umberto Marzi ha portato avanti.

«Medico ma non santo e nemmeno missionario»: spiega subito. Un po' si commuove, soprattutto quando parla della moglie, della famiglia. Ma è soddisfatto di questa esperienza nata da «un sano egoismo»- come dice lui. «Arriva un momento della vita dove si fanno dei consuntivi. All'inizio del 2017 ho capito che avevo la necessità di fare qualcosa di nuovo e di diverso. Per mettermi alla prova dal punto di vista umano e professionale. E credo anche che sia giusto mettere a disposizione del prossimo le nostre capacità, le nostre attitudini. Da qui è nato il mio contatto con Emergency».

E' iniziata così la sua esperienza?

«L'idea originale era quella di andare in Afghanistan, anche perché tutti noi ci immaginiamo Emergency nei territori di guerra. Ho presentato il mio curriculum e loro mi hanno indirizzato in questo centro di Khartoun. Un grosso polo cardiochirurgico di proprietà di Emergency, totalmente gratuito in tutta l'Africa. Colloquio a giugno, partenza a settembre».

Come è stato il primo impatto?

«Non sei in quell'Africa che fa venire il “mal d'Africa”, non quella delle riviste patinate, dei safari... Questa è l'Africa che fa male, dove si vede la gente soffrire. Dove la gente muore per un nulla. Poi si entra in questo centro che è un gioiello, tecnologico e di pulizia, con la possibilità di lavorare ad alto livello. E si lavora su patologie completamente diverse dalle nostre. A partire dalla cardiopatia reumatica, il normale streptococco che ormai in occidente non è più un problema. Là colpisce bambini, adolescenti e giovani adulti. E si lavora sin che si finisce di lavorare».

Qual è la storia che si porterà sempre nel cuore?

«Sono un po' restio... Diciamo che è il diverso rapporto che c'è col paziente. Là ti ringraziano sempre e comunque. Gli occhi... C'è una dignità nell'accettazione della patologia e della povertà che inevitabilmente ti coinvolge. Una volta facemmo un intervento a una bimba per una cardiopatia congenita. Sembrava stesse bene, poi ha avuto un peggioramento. Passai la notte al suo fianco, valutando la situazione. Il momento critico passò fortunatamente».

E chi è rimasto a casa?

«La mia decisione è stata molto sofferta, soprattutto nei confronti di mia moglie (Angela ndr). Non è stato facile stare lontani, per me e per lei. Abbiamo avuto molte discussioni. E lei alla fine ha fatto un gesto per me importantissimo: è venuta a trovarmi per le feste a fine anno.

Aveva solo quattro giorni liberi e da Parma si è catapultata nel centro dell'Africa. E' stata con me, ha conosciuto i miei colleghi, i pazienti e la gente africana. Ha capito cosa facevo, lo ha condiviso. E alla fine questa cosa, che poteva dividerci, ci ha uniti ancora di più».

E tre settimane fa il ritorno.

«All'aeroporto c'erano mia moglie e mia figlia. Ci siamo abbracciati a lungo... In silenzio».

E ora si torna al lavoro, a Parma.

«I contatti col mio reparto ci sono sempre stati, perché il mio primario, la dottoressa Rossi, è sempre stata in contatto con me e mi ha sempre sostenuto scrivendomi costantemente, dandomi un appoggio umano e morale. Viviamo in mondi diversi, con necessità diverse. Non bisogna giudicare, bisogna dare il massimo a seconda delle situazioni. In Africa ci sono alcune esigenze, da noi altre».

La prossima missione?

«Si ha la sensazione di essere entrati a far parte di una grande famiglia. Il legame c'è ed è speciale. Quindi, in futuro...».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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