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Intervista

I dieci anni del vescovo Solmi a Parma

29 marzo 2018, 07:02

LUCA MOLINARI

«Ringrazio tutti i parmigiani e chiedo il dono di una preghiera». Il vescovo Enrico Solmi ripercorre i suoi primi dieci anni a Parma riflettendo sui cambiamenti che hanno caratterizzato la nostra città e la diocesi, ma soprattutto guardando al futuro, alle nuove sfide a cui è chiamata la Chiesa e la società.

Dieci anni fa, il 30 marzo 2008, ha fatto il suo ingresso a Parma come vescovo. Cosa ricorda di quella giornata?

«La preghiera silenziosa, al mattino presto, nella cappella del Centro famiglia di Nazareth a Modena, da dove sono partito con la Punto piena di cose. L'arrivo in città, il salto a Vita Nuova (settimanale diocesano ndr), poi i preti anziani, la tomba di san Guido (Maria Conforti ndr), la preghiera prolungata a Fontanellato e la notizia dolorosissima della morte di un tifoso del Parma, Matteo Bagnaresi. E le lacrime, tenute a stento, in occhi meravigliati di tanta gente… e la preghiera incessante “Signore aiutami!”».

Quali sono stati i momenti più belli di questi dieci anni?

«L'incontro con la gente durante la visita pastorale, le visite ai malati, le Gmg (Giornate della gioventù ndr) e i pellegrinaggi con i giovani, le ordinazioni presbiterali (sacerdotali ndr). Sono consolazioni enormi, doni di Dio, pezzi di Paradiso».

E i più difficili?

«La morte dei preti e il ravvisare la fatica della comunità cristiana nell'essere unita attorno al Vangelo. Gesù dice di lavare i piedi gli uni gli altri: questo è essenziale per essere Chiesa. Siamo chiamati a farlo con umiltà a tutti, specialmente a chi è nel bisogno. È anche la necessaria condizione per lavorare insieme, via maestra della Chiesa per il futuro».

Quali sono le sfide a cui è chiamata la Chiesa di Parma nei prossimi dieci anni?

«Essere una famiglia che si vuole bene testimoniando l'amore e l'unità di Dio Uno e Trino, che non è solitudine, ma Comunione. In un mondo di solitudine questo è un segno atteso e indispensabile, che esprime la vicinanza a tutti con l'annuncio amorevole del Signore, del Vangelo nella sua pienezza. La gente non vuole essere assecondata, alla fine volta le spalle a chi le dà sempre ragione, ha invece sete di una verità che salva, che apre alla speranza e diventa carità misericordiosa. La Chiesa è qui per questo».

Come è cambiata Parma dal momento del suo arrivo ad oggi?

«Sono arrivato dieci anni fa ed è iniziata la crisi. Avverto che molti l'hanno patita e si è aperta tanto la forbice tra chi non l'ha sentita e chi l'ha sofferta fin quasi alla disperazione. Mi chiedo se c'è stata un'offerta di speranza, fatta di scelte prioritarie, tale da dare coraggio a tutti. Ho l'impressione che, da un lato, si sia continuato ad andare avanti come se nulla fosse, dall'altro si sia seguito l'umore di proteste viscerali. Mi chiedo come sia avvertita la situazione della città da chi gestisce poteri forti, da chi detta tempi e direzioni operando in tanti settori essenziali, fondamentali. Ho segnali contrastanti che non precludono la speranza di vedere un futuro forse più umile, ma nel quale le dolorose differenze possano riavvicinarsi in opportunità di vita un po' migliori per tutti. Penso in particolare ai pochi giovani e alle famiglie con minori».

Le recenti elezioni hanno cambiato il quadro politico, anche a livello locale. Quale auspicio rivolge ai nuovi deputati e senatori parmigiani?

«Da emiliano “storico” mi meraviglia questo passaggio, soprattutto, il modo in cui è avvenuto. Ma non mi sorprende più di tanto. Non si possono negare i tanti problemi che erano sul tappeto e come la gente li ha vissuti e li vive, anche con reazioni immediate, ma dettate dalla vita concreta che sperimenta. Non si può inoltre pretendere che tutto vada sempre avanti così perché un giorno si è vinto e questa vittoria sembrava fosse per sempre. Mi chiedo se questo esito sia salutare per riavvicinare alla politica persone e giovani mossi soltanto dal bene degli altri. Qui sento che la Chiesa di Parma deve molto interrogarsi! Mi complimento con i neo eletti e, al di là dei singoli programmi, sono certo – e questo umilmente chiederei – che metteranno in campo il lato migliore di loro stessi, evitando l' arrogante autoreferenzialità che fa male a tutti e anche a loro stessi».

Nel 2008 il Parma è retrocesso per la prima volta in B, sconfitto dall'Inter, che si è aggiudicata lo scudetto grazie a quella vittoria. Da tifoso e appassionato di calcio, che pronostico si sente di fare dieci anni dopo?

«Me la ricordo ancora quella telecronaca. Ammetto che ero un po' diviso. Il Parma ora è saldamente al secondo posto nella mia fede calcistica. Non si poteva comunque avere tutto allora, mentre oggi sì: Parma in A e Inter in Champions, con una bella sfida al Tardini il prossimo anno, aperta a tutti i risultati, senza guardare, dietro alla schiena, le dita incrociate».

Mancano pochi giorni a Pasqua, che augurio rivolge ai parmigiani?

«Auguro a tutti una Buona Pasqua. Sono stato ordinato vescovo dieci anni fa, il 9 marzo: quest'anno era venerdì di Quaresima. Sono entrato a Parma il 30: quest'anno è il venerdì santo. Ringrazio il Signore di siffatte ricorrenze, perché mi portano a chiedere perdono a Lui e a tanti, e domandare, oso dire ai parmigiani tutti, il dono di una preghiera. Grazie a tutti, veramente a tutti».

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