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Testimonianza

Ali Reda: «La mia famiglia in fuga dall'inferno di Afrin»

04 aprile 2018, 07:01

Roberto Longoni

Le colline di Calestano gli ricordano quelle della città che lo vide nascere e partire senza più tornare. Due volte perduta, la sua Afrin: da lui, Haji Mohamed Ali Reda, mezzo secolo fa, e ora anche dalla sua famiglia, messa in fuga come migliaia d'altre dall'esercito di Erdogan. «Laggiù ho ancora due fratelli e due sorelle, ora sfollati nei campi. Sono fuggiti con gli altri: in auto, in trattore e a piedi, seppellendo i morti lungo la strada, mentre i soldati turchi saccheggiavano case e negozi e perfino i pollai». E meno male che altri due fratelli e alcuni nipoti chiesero asilo in Germania due anni fa, quando l'Isis minacciava: «Ora ci prendiamo la Siria, poi vi liquidiamo». Difficile pensare a un effetto collaterale, quello prodotto dalle truppe di Ankara: forse scacciare i curdi era il primo obiettivo. L'avranno anche battezzata Ramoscello d'ulivo, ma l'operazione ordinata dal Sultano ha provocato migliaia di vittime tra i civili. Più frusta che ramoscello.

Così sono trascorse le ultime settimane di Ali Reda, curdo siriano (l'unico a Parma) di Afrin in Italia dal 1969, per decenni medico di famiglia a Calestano oggi in pensione: il cuore senza pace, un occhio ai social, uno alle tv satellitari. Eppure, anche nell'era dell'«ovunque in diretta» si può incappare nel silenzio. «Non c'è rete - ammette - e la linea telefonica è interrotta. Colpita pesantemente (le bombe hanno centrato anche l'ospedale, ndr), ora Afrin è controllata dai turchi. I curdi sono stati costretti ad abbandonare le loro case, già in parte sostituiti da arabi provenienti da Ghouta, vicino a Damasco, cacciati dal regime siriano». Nemici a parole, Erdogan e Assad nei fatti si ritrovano alleati nella pulizia etnica. «Anche se l'appetito del Sultano sembra senza fine: si teme che punti su Monbej, ricca di giacimenti petroliferi a 70 chilometri dal confine, dove ora c'è una piccola base americana. Se continua così, si rischia la guerra mondiale».

Che il suo fosse considerato un popolo «di serie B», Ali Reda lo scoprì presto. «Le lezioni erano solo in arabo: persi il primo anno di scuola». Arrivato ventenne in Italia, studiò Medicina tra Bologna e Parma, dove conobbe anche la moglie, la calestanese Elena Rossi, futura insegnante elementare. Dalla loro unione sono nati Ivan, 39 anni, e Serena, 31. I curdi in larga parte sono musulmani, ma immuni dal fondamentalismo: l'emancipazione femminile ne è l'esempio più evidente. «Contro l'Isis, le nostre donne si sono sacrificate al fianco degli uomini, per tutto il mondo».

Ivan e Serena sono battezzati. Il medico si considera un laico. Il tempo di un ultimo sorriso, e la mente torna oltre il mare. «Allo scoppio della guerra - ricorda Ali Reda - i curdi siriani non si schierarono. La regione di Afrin era un po' la Svizzera siriana: accolse un milione e mezzo di profughi arabi e armeni. Da due mesi sono tutti in fuga. Ad attaccare è l'esercito che in questi anni ha bombardato 4.300 villaggi in Turchia».

La colpa? Per Erdogan è di essere «terroristi». Per la geopolitica di essere scomoda minoranza. «In Turchia ci sono 22 milioni di curdi, 19 province su 90 sono curde. E tra noi non c'è nulla in comune, a cominciare dalla lingua. Siamo sulla nostra terra dai tempi degli Assiri-babilonesi». Una storia di ripetuti tentativi di genocidi culturali. «La mia famiglia è divisa in due dalla frontiera e per metà ha un cognome modificato a forza». Una storia di lacrime e sangue. «Non abbiamo diritto a nulla: nemmeno alla solidarietà internazionale». Chissà come si dice speranza nella lingua di Ali Reda. Chissà se nel dizionario curdo questa parola ha ancora diritto d'asilo.

LA STORIA

Avrebbero il petrolio, avrebbero l'acqua. Ma, privi di un minimo di voce in capitolo sulla loro terra espropriata da sempre, possiedono solo il sangue da versare. I curdi hanno perso anche la speranza: troppi i voltafaccia della storia. L'ultimo, pochi mesi fa. Sconfitto l'Isis, i peshmerga non servivano più. Sono stati gli unici ad affrontare sul campo i tagliagole (ma molto meglio armati, e chissà come) di Al Baghdadi. I guerriglieri curdi hanno combattuto non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per conto dell'Occidente nel mirino del terrorismo. Per tornare a essere troppo dimenticati dal resto del mondo e troppo in cima ai pensieri dei loro nemici. Sono quattro, quanti gli stati che si spartiscono il Kurdistan, il Paese che non c'è: Turchia, Siria, Iraq e Iran. Magari ostili tra loro, ma in sintonia nella repressione dei discendenti degli antichi Medi (con l'apporto di Sciti e Galati di origine celtica), di stirpe indoeuropea, musulmani sunniti in gran parte, ma anche cristiani, ebrei, yazidi e zoroastriani. Impossibile stabilire quanti siano: la persecuzione non risparmia neppure il fronte dei numeri. Chi minimizza dice che siano 20-30 milioni, ma per altri sono quasi il doppio.

In Iraq rappresenterebbero il 17 per cento della popolazione. Saddam Hussein puntò al genocidio, bombardando i loro villaggi con i gas, massacrando migliaia di civili inermi tra il 1987 e il 1988, prima che venisse istituita la No Fly Zone nel nord del Paese. Non fu che una tappa nel lungo e ripetuto cammino dell'orrore. Caduto il rais e distante più del solito Baghdad, oggi il nord dell'Iraq, tra l'altro ricchissimo di petrolio, è la regione nella quale i curdi riescono a godere di maggiore autonomia. In Iran (dove si stima siano 7 milioni), la repressione nei loro confronti segna un filo rosso di tragica coerenza tra il regime degli scià e quello degli ayatollah. Sparizioni e omicidi di dissidenti nei decenni sono stati in qualche modo istituzionalizzati, come gli stupri. Nel nord e nel nordest della Siria secondo alcune fonti vivono 5 milioni di curdi, secondo altre meno di un milione. In ogni caso, rappresentano la minoranza etnica più consistente. E anche in questo caso vessata e marginalizzata, sottoposta a deportazioni da chi voleva dividerli dai curdi appena al di là del confine con la Turchia: tanto che negli scorsi decenni, il partito Baath, lo stesso di Bashar al Assad, decise di sostituirli con tribù fedeli al regime, istituendo la «fascia araba» lungo la frontiera. Infine, la Turchia. Qui si trova il nucleo più consistente: i curdi sono tra il 18 e il 25 per cento della popolazione, ma privi di diritti (tra i quali quello alla propria identità, tanto da essere chiamati «turchi di montagna»). Sempre più braccati da Erdogan che li definisce terroristi. Accusa passepartout, per sconfinare in Siria. E magari restarci. rob.lon.

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