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IL DISCO

Van De Sfroos, un'anima “laiv”

di Michele Ceparano -

07 aprile 2018, 06:51

Van De Sfroos, un'anima “laiv”

“Laiv”, scritto proprio così, è il primo album dal vivo di Davide Bernasconi, alias Davide Van De Sfroos. Disco doppio, ha da poco compiuto 15 anni e costituisce una tappa importante nella carriera del cantautore laghèe, dal momento che l'artista canta prevalentemente nel dialetto, ma sarebbe forse più corretto definirlo lingua, che si parla lungo il lago di Como. Nel doppio dal vivo - “Laiv”, appunto, come i “cow boy” diventano “cauboi” - Van De Sfroos ricrea nel vero senso della parola alcuni fra i brani più suggestivi di quella che, fin lì, non era stata una lunghissima carriera. Il primo lavoro in studio, infatti, come solista è “Breva e Tivann” del '99, seguito da “...e semm partì” del 2001. In “Laiv”, dunque, è raccolta gran parte della sua produzione ma i brani, già piuttosto intriganti in studio, dal vivo sono a tratti irresistibili. Il 52enne cantautore lombardo infatti è un artista “dal vivo” -  "laiv" come si definirebbe lui -  ed è sul palco  che dà il meglio di se stesso. Davanti al pubblico si scatena. E non importa che suoni  a una festa campestre a Casalgrande di Reggio Emilia (dove l'autore di questo pezzetto venne trascinato per la prima volta dal collega Francesco Monaco, che non verrà mai ringraziato abbastanza). O   sul palco di Sanremo dove nel 2011 fece un figurone con "Yanez", dimostrando che si può anche piacere cantando in dialetto. Oppure sul prato di San Siro, dove si è esibito l'anno scorso.
Nell'album, che venne registrato l'anno prima a Menaggio, in provincia di Como, sono riproposti, soprattutto nel lato A, brani già amatissimi dal suo pubblico e destinati a diventare dei cavalli di battaglia. Pezzi come “La balera”, il già citato “Cau Boi” - che poi altro non sono che operai trasfertisti che nel week end vanno da Milano a cercare di divertirsi a Lugano -, “Sugamara”, la storia di un improbabile rapinatore, autore di un altrettanto improbabile tentativo di rapina, “Pulenta e galena fregia”, “La balada del Genesio”, assieme a Sugamara e ad altri protagonista di una galleria di personaggi indimenticabili. Ma anche “Il duello”, “Hoka Hey”, ballata laghèe sullo sterminio  degli indiani d'America, uno dei momenti più alti di tutta la produzione di Van De Sfroos, da sempre molto attento alle battaglie civili.  Armato di chitarra e senza paura di dire quello che pensa. Anche sulla storia. Uno  che, come De André,  sta sempre dalla parte degli ultimi e dei vinti.  Che siano i  nativi americani o la collaborazionista fascista rapata a zero    e violentata dai partigiani di "Ciamel amuur" (dall'album "Yanez" del 2010), uno dei suoi pezzi più struggenti. Tornando a “Laiv” tra le hit ci sono anche ” “El diavùl”, che “di solito è vestito come quelli dell'assicurazione, ed è impossibile che sia vestito da mascalzone” e “La curiera”, sorta di locomotiva gucciniana con cui il cantautore di solito chiude i suoi concerti.
“Laiv” contiene anche diversi inediti: “Sciur capitan”, “L'esercito delle dodici sedie”, anche questa una parodia musical-cinematografica da urlo, “Squaraunda” e “I ann salvadegh del Francu””, adattamento da Tom Waits. “Laiv”, insomma, è un bel disco dal vivo, pieno di colori, ritmo  e, soprattutto,  parole. Nella scelta dei brani forse ci sarebbe stato bene anche “Il figlio di Guglielmo Tell”, un altro  pezzo  che dal vivo riesce magistralmente. Ma il materiale è comunque ugualmente tanto. Per divertirsi e riflettere.