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Iacoponi, la A nel mirino

11 aprile 2018, 07:00

PAOLO GROSSI

A trent'anni Simone Iacoponi ha indossato finora sette maglie: Empoli, Monza, Cuoiopelli, Foligno, Sud Tirol, Entella e Parma. In dodici anni di professionismo ha avuto tanti allenatori (tra gli altri Cagni, Malesani, Matrecano, Stroppa) e tanti compagni (da Giovinco a Marchisio, da Caputo a Di Carmine, da Musacci a La Mantia). E a trent'anni il roccioso difensore crociato sa soppesare i pro e i contro di una vita ''on the road''.

«Il bello del calcio per me è il rapporto profondo che si instaura nello spogliatoio, il legame che ti porta ad essere amico di uno che magari l'anno prima da avversario ti stava antipatico. Amicizie belle, che a volte sopravvivono ai continui sconvolgimenti delle rose. Proprio il sentirsi un po' nomadi è invece il rovescio della medaglia. Intanto il calcio ti sradica presto dalla famiglia e dalle prime amicizie, poi ti fa girare come una trottola. Ecco, io avrei voglia di stabilizzarmi un po'».

La malattia del pallone da dove ti è arrivata?

«Da mio padre, che è stato buon portiere nelle giovanili della Fiorentina e che mi ha trasmesso la passione. Poi, avendo io tre sorelle, solo con me poteva sfogarsi... Ho iniziato nel Ponsacco, il mio paese, e a 10 anni ero già all'Empoli, dove sono arrivato come attaccante. Ma in attacco non mi provarono nemmeno: mi misero subito al centro della difesa, e lì sono rimasto fino alla prima squadra, dove mi spostarono sulla destra».

Spulciando l'album della carriera fatta sin qui, quali sono le persone che ti hanno lasciato buoni ricordi?

«Cagni è l'allenatore che mi ha fatto esordire in A e mi dava fiducia anche se ero un ragazzo aggregato alla prima squadra, quindi lo ringrazierò sempre. Tra i giocatori sono in ottimi rapporti con due ex crociati, Iacobucci e Musacci».

Fuori del calcio non sei molto social come tanti colleghi.

«No, in effetti non ho Instagram e uso con moderazione i social. Ho un passatempo diverso: appena posso vado a pescare. Prediligo il mare ma qui sto provando il Po oppure vado con Catellani, l'attaccante che ha appena dovuto smettere di giocare, in un suo laghetto nella bassa reggiana. Mi piace stare lì nella calma assoluta e nella natura, e pazienza se non prendo molti pesci. Quelli che abboccano poi li rimetto in acqua...»

Hai una moglie in carriera...

«Eleonora, che ho sposato due anni fa, è ingegnere edile. Faceva parte di uno studio a Genova e ora che ci siamo trasferiti a Parma lavora da casa, con qualche sopralluogo a cantieri qui nei dintorni. Sono molto contento che abbia sviluppato una sua vita professionale».

Nello spogliatoio che tipo sei?

«Di poche parole. Se c'è da parlare per rincuorare uno lo faccio, ma preferisco dare l'esempio. Lavorare, correre e sperare che tutti facciano così».

Qual è secondo te la virtù più importante in un allenatore?

«Direi che la coerenza è fondamentale. Se ce l'hai ti si perdonano anche eventuali errori. Poi serve autorevolezza. Essere convinti delle proprie idee e andare avanti. Se un tecnico è coerente e autorevole, credo si faccia sempre apprezzare. Pur ammettendo che da giocatore le cose si vedono in modo diverso».

Veniamo all'attualità, il Parma che ha vinto sei delle ultime sette gare sembra più bravo non solo a calciare in porta, che non è poco, ma anche a gestire la partita, pure nei momenti difficili.

«E' vero. Siamo migliorati nel gestire le situazioni, sia senza palla che con la palla. Sono meccanismi che vanno sviluppati e consolidati: siamo maturati magari in ritardo, ma credo che adesso ci siamo».

L'anno scorso la squadra fece un finale di stagione eccezionale. Crediamo al bis?

«L'importante è stare sul pezzo, non pensare adesso di essere fenomeni, come non eravamo scarsi prima. Prendiamo il Cittadella: ha vinto nove volte fuori, non possiamo farci ingannare dalla loro batosta a Terni. Ogni gara ci proporrà delle difficoltà».

Sei probabilmente il crociato dal rendimento più costante. Fors' anche uno dei più pronti a giocare in serie A. Ma Icardi, Dzeko e Higuain ti fanno paura?

«No, non avrei timori. A trent'anni ho piuttosto la voglia, la curiosità di cimentarmi a quei livelli. In A ci ho solo esordito e mai più giocato. Spero davvero di essere pronto. Ho alle spalle un percorso che credo mi consenta legittimamente di pensarci. E spero di arrivarci».

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