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DISASTRO COLPOSO

Alluvione, chiesto il rinvio a giudizio di Pizzarotti

di Georgia Azzali -

19 aprile 2018, 07:03

Una fetta di città finì sotto l'acqua del Baganza. L'alluvione del 13 ottobre 2014, che adesso però rischia di far finire sotto processo Federico Pizzarotti per disastro colposo aggravato. Il pm Paola Dal Monte, titolare del fascicolo, ha chiesto il rinvio a giudizio del sindaco. Stessa sorte anche per l'ex dirigente della Protezione civile della Provincia, Gabriele Alifraco, per il direttore dell'Agenzia regionale della protezione civile, Maurizio Mainetti, per Gaetano Noè, ex comandante della polizia municipale di Parma e anche per Claudio Pattini, responsabile della protezione civile del Comune. L'udienza preliminare non è ancora stata fissata, e solo in quel momento gli imputati riceveranno la notifica contestuale della richiesta di rinvio a giudizio. Stralciata, invece, la posizione di Francesco Puma, ex segretario generale dell'Autorità di bacino del Po, per cui si profila una richiesta d'archiviazione. Stralcio anche per Gianfranco Larini, ex direttore del Servizio tecnico dei bacini del Po, scomparso nei mesi scorsi.

A gennaio era arrivato l'avviso di conclusione delle indagini. E ora la procura ha fatto il passo decisivo. Solo Puma pare aver chiarito la sua posizione, per gli altri invece rimangono in piedi tutte le contestazioni. A partire da Pizzarotti. Che già nel 2012, suo primo anno di mandato, «era obbligato» - si evidenzia nel capo d'imputazione - ad aggiornare il piano di protezione civile comunale, eppure non lo fece. Tutt'altro che una questione formale, perché a quella «disattenzione» se ne sarebbero sommate molte altre, tanto che il sindaco - secondo la procura - non avrebbe mai esercitato il suo potere di attivazione della fase di preallarme/allerta «neanche a seguito del crollo del ponte della Navetta».

Ma Pizzarotti sostanzialmente ribadisce quanto aveva sottolineato il giorno stesso della chiusura dell'indagine: «Era un passo che mi aspettavo, però sono assolutamente tranquillo perché ho fatto tutto ciò che si poteva e doveva fare, e l'intera macchina comunale ha funzionato. Tuttavia - aggiunge Pizzarotti - bisognerebbe riflettere sul fatto che il sindaco sia l'unico politico ad avere le massime responsabilità».

Ma oltre al piano di protezione civile vecchio di anni, datati sarebbero stati pure i numeri di telefono delle persone da contattare in caso di necessità. Secondo il pm, infatti, Pizzarotti «non provvedeva neppure ad aggiornare i nominativi delle funzioni di supporto e i relativi contatti telefonici, fax e email, utili a consentire la necessaria divulgazione delle informazioni all'interno della struttura di protezione civile e del Comune di Parma rendendo di fatto impossibile la conoscenza di tutte le allerte pervenute a partire dall'8 ottobre 2014 a tutto il 13 ottobre 2014».

Intatte anche le accuse sulla mancata informazione ai cittadini. Perché durante la «fase di attenzione», che fu attivata l'8 ottobre, la popolazione potenzialmente esposta al rischio non fu avvisata del pericolo, secondo la procura, ma nessun avviso fu dato anche «una volta superata la soglia idrometrica di preallarme alle ore 15,20 del 13 ottobre a ponte Nuovo», si legge nel capo d'imputazione.

A parte Puma, la procura non fa retromarcia nemmeno nei confronti degli altri dirigenti coinvolti, tutti imputati - come il sindaco - di concorso in disastro colposo. Alifraco, pur avendo ricevuto sulla propria mail tutte le allerte di attenzione tra l'8 e il 13 ottobre e gli sms della Regione, non avrebbe attivato il servizio H24 di monitoraggio. Le allerte di attenzione arrivarono anche a Pattini, ma anche nel suo caso sarebbero state inspiegabilmente disattese.

Negligenze anche da parte di Noè, secondo la procura. Pur essendo a conoscenza di tutte le allerte, «non impartiva disposizioni al fine di rafforzare i turni di servizio e affinché venissero effettuati sopralluoghi nei punti critici lungo l'asta del torrente Baganza», scrive il pm.

Ma anche chi aveva inviato quelle allerte di attenzione, non avrebbe fatto il proprio dovere fino in fondo: la mattina del 13 ottobre, nel giro di tre ore, i pluviometri avevano registrato una precipitazione superiore a quella di «temporale forte e persistente», tuttavia Mainetti avrebbe omesso di «avviare la procedura di attivazione telefonica d'urgenza per comunicare ai sindaci lo stato d'allarme e di pericolo incombente sul torrente Baganza», si legge nel capo d'imputazione.

Le parole dell'accusa. Ma tra qualche settimana il testimone passerà al giudice per l'udienza preliminare. Spetterà a lui decidere se e chi far finire sotto processo.