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Intervista

Mara Redeghieri: «Recidiva e resistente in piazza Garibaldi»

22 aprile 2018, 07:01

Anna Maria Ferrari

Ci vogliono testardaggine e passione per resistere 15 anni lontano da tutto quello che ti faceva sentire al massimo, il palco, la musica, il tuo gruppo, la felicità creativa. 15 anni sottotraccia, ma con le idee chiare: cercarla sempre, la tua traccia, cercarla in silenzio, senza mollare mai, neppure un istante, le note, la musica, il lavoro di ricerca. La tua voce più vera, controcorrente: «Avevo bisogno di deserto per trovare la nuova sorgente», dice oggi. Si gira pagina. Mara Redeghieri è tornata, Mara «Recidiva», come il titolo del suo ultimo album, Mara resistente, perché lo è davvero e perché il 25 aprile canterà al concerto in piazza Garibaldi, prima dei Baustelle: «E' importante attualizzarla, la Liberazione. Pensare a quante sono, oggi, le guerre vane».

Eccola. Minuscola e forte, i capelli cortissimi sono gli stessi di 15 anni fa, anche lo sguardo e il sorriso trasparente. Donna delle radici, della montagna, l'Appennino di Castelnovo Monti, territorio di confine, reggiano ma a cavallo tra il Parmense e la Toscana. Donna guerriera, dice di sé: «Perché ho alcune pietre, capisaldi che non abbandono. Mai. La domanda su quali sono le mie necessità, la memoria personale che è anche memoria condivisa, l'appartenenza a una famiglia, quella di sangue, e a un territorio, la mia montagna. E soprattutto, cosa c'è di gioioso e benefico per tutti? La mia risposta è: il canto, l'arte e la creatività. E' il mio fiume che scorre, ci nuoto dentro, la mia acqua». Vive in una specie di casa-palafitta in uno spicchio di paese, Gatta, boschi che avanzano e un grappolo di famiglie: «Il paese d'origine di mia mamma. Il canto mi viene dal ramo materno, lì sono tornata».

E' una delle voci più originali del palcoscenico nazionale, cantautrice e compositrice, già frontwoman degli Üstmamò, gruppo che ha fatto la storia della musica italiana indipendente degli anni Novanta. Poi, i progetti recenti, come il coro femminile «Falistre e Fulminalt», antichi canti popolari che rinascono. Voci dell'anima in luoghi dimenticati. Fino a «Dio Valzer», il percorso sui cori anarchici dell'800. Racconta di guardare ai maestri: «Contano tanto, i maestri. I miei sono Giovanni Ferretti e Benedetto Valdesalici. Quando Giovanni ha ascoltato Recidiva, mi ha detto solo: “Sì, sono belle canzoni”». E' stato il via. Le ha cullate per anni, dopo lo scioglimento degli Üstmamò: «Mi mancava il gruppo, con gli Üstmamò è stato amore a prima vista, una strada in discesa. La musica e le parole, l'armonia tra di noi, una magia. Come un abito che ci siamo cuciti su misura, io principessa. Ha funzionato così per un decennio, ci siamo divertiti, facevamo la cosa al mondo che ci piace di più: suonare, cantare, “ci pagano perfino”, dicevamo ridendo. Bello. Era la nostra vita. Poi le strade si sono divise e non torno indietro. Perché? Il nostro mondo stava cambiando, non c'era più rispondenza reciproca. Mi è stato chiesto un album all'anno, non fa per me: ho bisogno di tempo, di farle nascere dentro, le mie parole. Mi è stato chiesto di cantare in inglese: la mia lingua non è quella».

Proprio lei, che in inglese è laureata e che lo insegna ai ragazzini di una scuola media di montagna: «Sì, ma il punto non è quello: le mie radici sono nella nostra musica popolare, che canto a modo mio, nell'opera e nell'operetta. L'inglese mi suona fasullo». Mara che non cede, non si accontenta: «Il problema non è vendere canzoni, fare soldi. Onore e gloria alle etichette indipendenti: sono andata avanti per sette anni, finché ho trovato chi ha creduto al mio progetto finito, Lullabit, piccola ma agguerrita casa indipendente bolognese. Attorno a Stefano Melone, produttore artistico, Nicola Casalini, curatore e personal manager, fiorisce il nuovo gruppo: Nicola Bonacini, Lorenzo Valdesalici, Davide Mazzoli, Tiziano Bianchi, Stefano Melone, fonico e arrangiatore anche dei live». Tutti sul palco, il 25 aprile: «Il mio sogno musicale. La squadra è fondamentale per far scattare qualcosa di creativo. Se i miei musicisti mi fanno sognare, allora arriva il dono dei testi. Una comunione di sensi per me fondamentale».

Eccole, le undici canzoni: poetiche, dirompenti, ironiche. Come Augh contro il perbenismo, UomoNero, mano tesa ai profughi e al profugo in ognuno di noi, Cupamente sull'avarizia di roba e di anima, Romantica siderale, l'emozione visionaria dell'amore, «Vedimi, ti prego vedimi, amore», Recidiva, «pure io urlo alla luna, come tutti, sola», dopo aver vissuto e superato un tumore: «Ma lasciamo perdere la malattia, parliamo di luce, come in “Anni luce”, un tuffo nell'alba e nei tramonti, “cerco le parole per spiegare che non c'è ragione nel cuore”». E' il ritorno all'origine: «Come i bambini. Sì, ogni volta riparto dall'emozione dell'inizio».

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