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MEMORIA

I luoghi della Resistenza a Parma

24 aprile 2018, 07:00

Antonio Bertoncini

L'illusione durò lo spazio di una notte. L'8 settembre ‘43 anche Parma pensò che l'incubo fosse finito. Dopo le Barricate erano arrivati violenze, olio di ricino, repressione, galera, confino, caccia agli ebrei e tre anni di guerra, con i lutti e le rovine, i caduti in combattimento, la fame, le sirene, le bombe di Pippo che distruggevano la Pilotta e seppellivano il rifugio del Cornocchio.

Tutto questo sembrava destinato a finire nel cassetto di una dolorosa memoria, invece in poche ore l'illusione è svanita con l'occupazione tedesca. Tanti parmigiani hanno rotto gli indugi, hanno imbracciato il fucile e sono andati in montagna per scacciare gli invasori e chiudere la partita con i fascisti.

Anche la città ha vissuto la sua Resistenza. In tanti luoghi le pietre parlano: ci sono i palazzi del potere, quelli della tortura, le strade della sofferenza, i luoghi di gesti eroici e di estremi sacrifici.

Partiamo da via Pisacane, dove il 9 settembre ‘43 nove soldati innescarono invano il primo episodio di resistenza alle truppe tedesche. Poi andiamo nel Giardino Ducale: lì gli allievi ufficiali della Scuola di Applicazione si opposero alla richiesta di resa, ma furono sopraffatti dalle truppe corazzate tedesche, così come accadde in piazzale Marsala ai carristi del 433° battaglione accorsi da Fidenza.

Facciamo un salto a Mariano, nella villa che fu di Angelo Braga, che in quelle ore ospitò l'incontro nel quale si decise di intraprendere la lotta armata. Fra i partecipanti, Giacomo Ferrari, comandante Arta e futuro sindaco di Parma, Dante Gorreri, dirigente e deputato comunista che partecipò alla cattura di Mussolini in fuga, Remo Polizzi, Luigi Porcari, Umberto Ilariuzzi, Virgino Barbieri e Bruno Longhi, che fu poi torturato a morte dalla Gestapo nella caserma di viale San Michele.

Tornando in centro, in borgo Giambattista Fornovo, c'era un'osteria, uno dei covi degli antifascisti, dove Eugenio Copelli, il 9 marzo 1944, fu prelevato dalla Guardia Nazionale Repubblicana, con il chiaro intento di torturarlo per farlo parlare.

Copelli preferì tentare un'impossibile fuga e fu abbattuto a colpi di mitragliatrice in piazza Ghiaia, nel borgo a lui dedicato.

In piazza Steccata troviamo la stamperia clandestina allestita nello studio del pittore Elio Corradini, in vicolo Santa Maria c'era casa Polizzi, punto di riferimento fondamentale della Resistenza Parmense, con Ida e Secondo, i figli Lina, Laura e Primo e gli zii Remo Polizzi e Luigi Porcari.

Restando nell'Oltretorrente ci spostiamo a Barriera Bixio, dove l'imprenditore Tommaso Barbieri, reo di aver offerto una bicchierata della libertà ai dipendenti il 26 luglio 1943 per la caduta del regime fascista, fu trascinato fuori casa, ucciso e lasciato morto sul selciato. Nella vecchia fabbrica una targa lo ricorda insieme ad Emmo Valla e Tullio Mason, che subirono la stessa sorte.

Non lontano c'era il convento delle suore Chieppine, che seppellirono in giardino le armi sequestrate dai partigiani. In via Cavestro i segni del potere e del terrore si mescolano ai ricordi della guerra partigiana: lì c'era la Timo, dove Luigi Longhi e Gaudenzio Anselmo, che usavano le linee telefoniche per dare una mano, furono scoperti e mandati a Dachau, per un viaggio senza ritorno.

Al tempo la strada – che ospitava la Brigata Nera di Pino Romualdi e il Partito Fascista - portava il nome di Walter Branchi, ma nel maggio del ‘44 si risvegliò con un nuovo nome, quello di Giordano Cavestro, partigiano caduto a Bardi. La targa era stata messa dagli amici, fra i quali Daniele Bertozzi, che poi perse la vita e fu ricordato nello stesso modo, con una targa di legno nel piazzale dell'Oltretorrente. Da quella sede della Brigata Nera partì anche l'episodio più crudele: la notte fra il 31 agosto e il primo settembre ‘44, per rappresaglia verso l'uccisione del brigatista nero “Bragon” a barriera Saffi, probabilmente ad opera di un gruppo guidato dal partigiano “Monello”, i fascisti prelevarono 7 prigionieri politici, li portarono in Piazza Garibaldi, li trucidarono e lasciarono i corpi davanti al cimitero della Villetta, con l'ordine di non rimuoverli, ma la moglie di Eleuterio Massari caricò su un carretto il corpo del marito e se lo portò a casa per rendergli doveroso omaggio. Prima della Liberazione, la resistenza armata arrivò anche in città con la Brigata Parma Vecchia: ne è testimonianza la lapide in via Bixio, che ricorda i combattenti morti, Walter Saccani e Aristide Rossi. La medaglia d'oro, appuntata sul gonfalone, è costata venti mesi d'inferno e la vita a un migliaio di uomini e donne che ci hanno restituito la dignità.

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