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INTERVISTA

Andrea Carè: «Davanti a Pavarotti mi tremarono le gambe»

26 aprile 2018, 07:01

ILARIA NOTARI

A 36 anni Andrea Carè è nella top five dei migliori tenori italiani del momento, molti sono certi che sia tra i primi tre. Di rientro da Detroit dove ha cantato la Tosca di Puccini, sarà ancora Cavaradossi a Parma (debutto domani sera, al Teatro Regio). Il capolavoro pucciniano segna il ritorno in Italia del cantante torinese dopo cinque anni di assenza nei quali è stato conteso dai più importanti teatri. Dai sei gradi sotto zero di Detroit, Carè passa alla prova davanti al ribollente loggione di Parma che lo attende, perché si sa, i migliori vengono passati allo scanner su questo palcoscenico. Anche per questo, martedì alla prova generale, accusando un abbassamento di voce, ha preferito non cantare e andare il playback, “doppiato” da Lorenzo De Caro. Ma tutto dovrebbe essere risolto per domani.

Questo è il suo debutto a Parma e il rientro in Italia. Avrà utilizzato Detroit per ripassare Cavaradossi…

«E' proprio così. Parma è Parma. Sono felice ed emozionato. Dieci anni fa ho tenuto un concerto al Ridotto perché la mia insegnante Raina Kabaivanska volle fare ascoltare alcuni suoi allievi, poi ho cantato nel concerto per i suoi 80 anni. Ma l'opera mai. Le richieste per cantare in Italia non sono mancate ma i teatri stranieri programmano con molto anticipo. L'altro giorno stavo firmando un contratto per il 2022! Ho scelto Parma per tornare. A Detroit ho rilasciato delle interviste e tutti sapendo del mio prossimo impegno qui, mi chiedevano com'è cantare a Parma, se ero emozionato. Nel mondo la fama vi precede!».

Ha avuto la fortuna di studiare con due immensi artisti di riferimento anche per Tosca quali Pavarotti e Kabaivanska. Come le è riuscito questo colpo grosso sogno di qualunque studente?

«Nel 2005 partecipai al concorso di Spoleto e la signora Kabaivanska era presidente di giuria. Avevo la voce e basta. Tutto il resto andava impostato. Lei mi disse “se ti impegni tiriamo fuori qualcosa di buono”. Dopo la prima masterclass mi chiamò al telefono, pensai a uno scherzo. Lei in persona che mi cercava per farmi studiare! Seppe che venivo da una famiglia umile. Mi disse che se avessi messo impegno e serietà mi avrebbe aiutato. Mi pagava i viaggi e le spese vive di tasca sua. Gratis anche le lezioni. Non finirò mai di ringraziarla. Dopo un anno e mezzo mi disse che mi avrebbe seguito sempre ma che voleva che avessi consigli da un tenore. Mi portò da Pavarotti! Roba da sentirsi male. Mi venne a prendere in taxi in stazione a Modena con un mazzo di fiori per lui, perché io ero veramente uno sprovveduto. L'audizione fu con lei al pianoforte e Pavarotti che ascoltava. Le mia gamba sinistra iniziò a tremare in modo incontrollato! Studiare con questi due mostri sacri è stata un'esperienza unica».

Cavaradossi è un ruolo apparentemente semplice ma non lo è per la scrittura vocale nei tre atti. E' facile trovarsi dopo il primo atto con gli acuti a fuoco ma non avere più le noti gravi per il secondo. Come ci si gestisce? E che idea si è fatto di Mario?

«Devi entrare in scena molto caldo perché c'è subito l'aria che attacchi sul passaggio, poi devi piazzare il primo acuto dopo un minuto. Per essere pronto a questo, rischi di essere stanco per il resto. Sei caldo per l'aria, per la frase con Angelotti e per il duetto con Tosca ma rischi di non avere il colore giusto per il dramma che c'è nel secondo atto dove devi avere veemenza e spinta nella voce con frasi molto gravi. Nel terzo atto, bisogna cantare come se fosse l'inizio della serata. L'aria richiede lirismo e tutte le frasi con il soprano e il “duettone” richiedono freschezza. Mario è un po' egoista. Va bene essere ribelle e dedito alla politica ma per gli ideali rovina la sua vita e quella della sua compagna. Da un lato potrebbe essere visto come un eroe dall'altro come uno stupido perché forse poteva gestire meglio la situazione».

Ha rifiutato Otello sette volte, non si sente ancora pronto?

«E' il mio sogno. La Kabaivanska dice che dovrei debuttarlo ma ho un tale rispetto che voglio arrivarci con calma. Una volta che hai fatto l'Otello di Verdi cosa fai più?».

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