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Intervista

Anna Pirozzi, diva in Tosca: «Ringrazio mio marito»

27 aprile 2018, 07:01

Mara Pedrabissi

«Come in una favola: da sostituta del Nabucco a star» titolarono molti giornali quando, a fine agosto 2013, Anna Pirozzi incassò uno strepitoso successo al Festival di Salisburgo, nel Nabucco di Verdi in forma di concerto, diretto dalla bacchetta «magica» di Riccardo Muti, produzione del Teatro dell'Opera di Roma. A dire il vero, qui tra Parma e Busseto, i melomani nostrani, cui non difettano passione e fiuto, conoscevano già bene quella ragazza dalla voce potente, dono di natura e insieme frutto di studio. Perché il destino, come il vento, fa il suo giro e poi si compie. E c'è da giurare che saranno in tanti a voler sentire la sua Tosca, al debutto stasera al Teatro Regio. La incontriamo in camerino, tra una prova e l'altra.

Signora Pirozzi, partiamo da Tosca: il ruolo dei ruoli, visto che il personaggio da interpretare è appunto una cantante. Bella, famosa e forte nel suo destino tragico...
«Credo che Tosca, insieme a Norma, sia uno dei ruoli più ambiti per un soprano. Debuttai in Tosca in un teatrino di provincia in Trentino Alto Adige; la prima Tosca importante fu nel 2014 al Regio di Torino. Ho affrontato questa parte numerose volte, mi sento a mio agio. E' un'occasione in cui posso dimostrare capacità vocali e attoriali, esaltate dalla partitura di Puccini e, qui, da splendidi costumi. Il regista Franconi Lee, a proposito dello spettacolo, ha detto che è costruito intorno a Tosca ed è esattamente così. L'opera è Tosca e si sente che è Tosca. La regia è di quelle classiche, che io prediligo».

A proposito di “teatrini” di provincia, lei li ha frequentati parecchio, una vera gavetta...
«Assolutamente sì. Molti dei teatri di provincia che ho calcato sono proprio in Emilia Romagna. Posso dire di essere nata artisticamente in questa zona».

Quando è sbocciata la passione per il canto?
«E' nata con me, direi. Mamma cantava, musica leggera. Avrebbe potuto farne una carriera, ma preferì la famiglia. A quei tempi era così. Io fortunatamente posso conciliare lavoro e figli. Ho due bimbi: Leonora, sette anni, Daniel Riccardo, di solo un anno. Ringrazio mio marito che ha dato tutto se stesso per seguirmi in questa carriera. Anche lui è musicista, violinista: rinunciare al proprio strumento è bel sacrificio, gliene devo dare atto. Ora i bambini sono piccoli, ma poi riprenderà anche lui la sua attività».

Bello, questo. Tornando al canto, quando ha iniziato?
«Da ragazza, cantavo nei piano-bar. Interpretavo le canzoni di Giorgia, Mariah Carey, Whitney Houston, fino ai 25 anni. Poi mi iscrissi al conservatorio per imparare leggere la musica. Mi dissero che avevo una predisposizione naturale per il canto lirico. Mi fecero ascoltare le grandi voci del passato e fu colpo di fulmine. Il mio debutto risale a soli sei anni fa. In sei anni ho calcato i più grandi teatri. Ci ho messo tanto studio e tutto il mio temperamento».

E l'incontro con Muti, nel 2013...
«E' stato un treno importante che ho preso al volo, sostituendo una collega. Muti non mi voleva, perché non mi conosceva. Fu l'insistenza del direttore dell'Opera di Roma, dove avevo cantato l'anno prima, a convincerlo a ascoltarmi. Feci subito un'audizione per lui, Abigaille era il mio cavallo di battaglia. Il maestro mi disse: “Ma lei dov'è stata fino adesso?” Mi piacerebbe lavorare ancora con lui».

A Parma è stata molte volte e ha ricevuto importanti riconoscimenti
«Al Regio ho debuttato Un Ballo in Maschera; ho cantato in Nabucco e in tanti Fuoco di gioia, i concerti del Club dei 27. I 27 sono una famiglia per me, Paolo Zoppi mi “scoprì” proprio in un piccolo teatro dove interpretavo Abigaille. Qui mi sento bene».

Ha parlato di grandi voci del passato. Se potesse far resuscitare un Mario Cavaradossi, chi evocherebbe? E, d'altra parte, quale soprano ha interpretato il miglior «Vissi d'arte»?
«Ne farei resuscitare più d'uno: Corelli, Del Monaco, Bergonzi e Pavarotti. “Vissi d'arte”? Maria Callas è un riferimento, mi accompagna sempre. Poi ci sono ovviamente Raina Kabaivanska e Mirella Freni».

Sull'avambraccio sinistro ha tatuate la chiave di violino e alcune note. Hanno un significato particolare ?
«Semplicemente che la musica è la mia vita».

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