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Processo

Wally Bonvicini, ascoltati sette testimoni

28 aprile 2018, 07:01

Roberto Longoni

Lo stesso tailleur scuro dello scorso 21 marzo, lo stesso sorriso a fil di labbra. Fedele a se stessa, Wally Bonvicini ostenta sicurezza. Sempre marcata da vicino da due uomini e da una donna della Polizia penitenziaria, in una pausa dell'udienza allunga strette di mano ai sostenitori, lancia baci con la punta delle dita, dice di salutare a casa. «Non mi arrenderò mai» assicura. E si raccomanda: «Non ditemi più di farmi coraggio. Io di coraggio ne ho da vendere. Anche per voi».

E' la prima udienza dell'istruttoria dibattimentale nel processo a carico di Wally Bonvicini e degli altri cinque (una sesta è tragicamente scomparsa, in gennaio, a soli 46 anni) arrestati dalla Guardia di finanza il 16 settembre scorso nell'operazione «Parola d'ordine». In tribunale è un giorno di folla. La guardia giurata all'ingresso deve controllare una trentina di persone venute fino a qui per lei. Sono di Parma, Reggio, Modena e Brescia, ma c'è anche chi ha affrontato un lungo viaggio attraverso la Penisola. L'aula anche questa volta registra il tutto esaurito. Qualcuno, s'addormenterà su una sedia lungo la parete di fondo; altri, quasi seri, chiedono al vicino: «Allora, questa rivoluzione, quando si fa?» Per lo più, sono persone di mezz'età colpite duro dalla crisi. Si sentono tradite: dalle banche e da alcune istituzioni. Lo spaccato di un'Italia che non sa più in che cosa credere. La 65enne di Cadelbosco Sopra agli occhi di questa gente è una benefattrice. L'esatto opposto di quanto sostiene l'accusa.

Wally Bonvicini (ormai in carcere da sette mesi e mezzo) e Sante Scian, pordenonese di 50 anni, Tom Vigini, triestino di 42, Sauro Terzuoli, 52enne di Montevarchi, e i due parmigiani Barbara Oleari, 45 anni, e Giuseppe Antoniazzi, 43, sono chiamati a rispondere di accuse pesantissime: associazione a delinquere finalizzata alla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e di mancata esecuzione dolosa dei provvedimenti del giudice, in Italia e all'estero.

Gli inquirenti ritengono che, sfruttando società disseminate tra la Penisola e Paesi quali la Slovenia, la Croazia e il Senegal, la presidente di Federitalia e i suoi siano riusciti a trasferire oltre confine patrimoni che altrimenti sarebbero stati sequestrati, sfruttando la sospensione della procedura esecutiva grazie al Fondo vittime dell'usura. «Più che un processo, una caccia alle streghe - commenta Antonio Murano, uno dei difensori di Wally Bonvicini -. Appare un procedimento di “sistema” nei confronti di chi ha ben pensato soltanto ad assistere le aziende indebitate con il sistema bancario e fiscale, con strumenti assolutamente legittimi».

Sette sono le persone chiamate a testimoniare da Emanuela Podda. Le domande del pm si concentrano sui rapporti di Wally Bonvicini con un'azienda aretina di verniciature poi fallita. Il titolare, Terzuoli, a sua volta imputato, chiese aiuto alla presidente di Federitalia. Anche la dipendente di una concessionaria viene ascoltata, sul leasing e il noleggio di auto di Scian e di una ditta di Wally Bonvicini. Il pm a fine udienza deposita un altro faldone di documenti e allegati. Le difese chiedono tempo per studiarlo. Il presidente del collegio, Gennaro Mastroberardino, fissa il prossimo rinvio al 20 giugno. Wally Bonvicini esce dall'aula cercando di non farsi imporre il passo dalla scorta. In strada, i sostenitori scesi in tutta fretta assistono alla sua salita sul cellulare che la riporterà in carcere a Modena. Il furgone blu parte inseguito dallo scroscio di un applauso.

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