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Teatro Regio

La «prima» di Tosca, le pagelle dei protagonisti

29 aprile 2018, 07:00

Gian Paolo Minardi

Ogni volta che ci si confronta con «Tosca» la condizione scontata nata da una lunga assimilazione legata alla popolarità di quest’opera viene subito elusa dal fluire di interrogativi posti dall’ascolto; già dai tre accordi dissonanti d’apertura - «ideogramma dell’infamia» li aveva chiamati Julian Budden – che lanciano un allarme destinato a insinuarsi lungo le vicende della partitura colorandone ambiguamente lo spirito. La prospettiva sempre più lunga che ci divide dalla sua prima apparizione, 1900, rende via via più evidente il ruolo che «Tosca» gioca nell’evoluzione pucciniana, nel suo distaccarsi dal piccolo mondo borghese per toccare un più misterioso approdo dove però senti come la forte tensione etica incarnata da Verdi si sia trasformata in un illusorio feticcio, fatto di memorie, di illusioni, di compiacimenti decadentistici anche, in altre parole nel presentimento di quell’inesorabile mutamento cui si è apposta l’etichetta della “modernità”. Interrogativi che si sono spenti abbastanza presto l’altra sera, nel richiamo di una ”normalità” che non sembrava offrire particolari suggestioni, nel modo con cui rimaneva sotto traccia quel tessuto di straordinaria finezza, nella sua inquieta mobilità, che costituisce l’antidoto a dichiarazioni troppo stentoree. Non si coglieva, infatti, nella condotta vocale come in quella musicale, il senso di quella fugacità che penetra all’interno la scrittura pucciniana, quasi a voler cogliere i trapassi più fulminei, i presentimenti, i salti d’umore, in una partitura come quella di «Tosca» che sembrerebbe, con quel suo perentorio irrompere «in medias res», imboccare ben altra strada, se invece a tale dichiarata ferocia Puccini non contrapponesse poi l’intreccio tormentoso e alterno dei tanti strazi che trafiggono la vicenda amorosa. Emergeva in tal modo nel personaggio della protagonista incarnato da Anna Pirozzi un patetismo sorretto da una salda vocalità che però sembrava esaurirsi in se stessa, senza che l’autorevolezza del personaggio traesse da essa una più avvolgente vitalità. In rapporto a tale marcato segno vocale quello del Cavaradossi di Andrea Caré risultava regolato essenzialmente su una sola corda, quella del resto che pareva più consentanea ad una voce non proprio disponibile alle sottigliezze timbriche, un Cavaradossi teso dunque, poco propenso a quegli slanci lirici che Puccini gli riserva con ampiezza. Con altra evidenza si completava il terzetto protagonista, sottraendosi alle lusinghe di un effettismo di maniera lo Scarpia di Francesco Landolfi, scelta privativa, nello stesso profilo opaco della vocalità, di quell’alone di ambiguità e di doppiezza che costituisce il fascino di questo personaggio (del resto già entrato in scena prima dell’alzata di sipario, coi tre fatidici accordi). Attorno al terzetto si muovevano nella giusta misura le figure di contorno, Luciano Leoni, Luca Casalin, Nicolò Ceriani, Roberto Scandura, Carla Cottini, con un particolare rilievo Armando Gabba nel colorito sagrestano. Sempre rassicurante il coro di Martino Faggiani integrato da quello delle voci bianche di Beniamina Carretta. Nel segno di questa complessiva genericità si muoveva la bacchetta di Fabrizio Maria Carminati alla guida di una compagine educata, direzione mai avvolgente, a far più da fondale che non a tradurre le tensioni in tutta la loro organicità di momenti come la stringente spirale che sfocia nel «Te Deum», il trepido sorgere del giorno a Castel Sant’Angelo o l’ambigua “marcetta” della fucilazione. Rivedendo dopo molti anni lo spettacolo ideato da Fassini e tenuto in vita con passione da Joseph Franconi Lee sembrava temperarsi l’impressione di eccesso dovuta a quel forte impatto visivo quale mediatore tra la diretta evidenza narrativa e l’incombenza sinistra del dramma, con l’incombente bianco e nero e il gioco deformante con cui reinventare la Roma barocca: tensione espressionistica come possibile surrogato alle insidie di quella sommarietà musicale che è parsa la cifra di questa proposta?

TOSCA I NOSTRI VOTI

di Lucia Brighenti

Anna Pirozzi 7 ½
TOSCA
Il soprano ha un grande dominio del mezzo vocale, ha tanta voce e a Parma si era fatta molto apprezzare in altri titoli. I personaggi guerrieri come Abigaille le riescono meravigliosamente. Tosca, con il suo divismo, i suoi vezzi, la gelosia, il carattere volitivo, le si adatta meno.

Andrea Caré 7
CAVARADOSSI
Tenore giovane ma con una consolidata esperienza, al suo debutto a Parma Carè ha forse scontato l’emozione e il fatto di essere appena uscito da un brutto abbassamento di voce (che gli aveva impedito di cantare alla prova generale). Nel complesso, se l’è cavata con dignità.

Francesco Landolfi 6 ½
SCARPIA
Il baritono si era fatto apprezzare nello Stiffelio andato in scena al Teatro Farnese nel passato Festival Verdi. Nel ruolo di Scarpia, Landolfi non è però sempre incisivo, la sua voce qualche volta non arriva o si fa sovrastare, risulta insinuante a tratti ma non troppo malvagio.

Armando Gabba 8 ½
IL SAGRESTANO
Forse ci sarà stato un po’ di campanilismo, nelle ovazioni che il baritono parmigiano ha ottenuto alla prova della ribalta, ma la verità è che Gabba, quegli applausi, se li è meritati tutti. Il sagrestano è un personaggio che gli riesce molto bene, vocalmente e attorialmente.

F.M. Carminati 6 ½
DIRETTORE E ORCHESTRA FILARMONICA ITALIANA
Il mestiere c’è, l’orchestra fa il suo dovere con diligenza sotto la guida della bacchetta di Carminati che, attento alle esigenze del palcoscenico, sostiene i cantanti. Manca però qualche sfumatura in più nella tavolozza dei colori e una più approfondita visione musicale.

Regia e allestimento 8 ½
Lo spettacolo è creato da una squadra a tre che funziona bene: Franconi Lee per la regia, scene e costumi di William Orlandi, luci di Roberto Venturi. L’aspetto visivo è quello che colpisce di più, con il suo bianco e nero e gli aspetti pittorici. La scena del Te Deum si fa ricordare.

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