Sei in Archivio bozze

Tribunale

Rapinatore della stazione, tre anni di carcere

03 maggio 2018, 07:01

ROBERTO LONGONI

Proprio un amico non lo si potrebbe definire, visto il trattamento che gli aveva riservato il 31 marzo dello scorso anno in stazione: magari un conoscente, un «collega di rovina» con il quale condividere sballi. Forse tra il trentenne italiano e il ventenne della Costa d'Avorio che in quel momento studiava da ras della stazione c'era un conto in sospeso, con il primo che aveva un debito con l'altro. O forse no, e furono solo i soldi immaginati nelle tasche del trentenne a trasformare l'ivoriano in un rapinatore.

Fatto sta che quel giorno, dopo aver finto di voler fare una chiacchierata, lui prese il conoscente per il collo e gli puntò il coltello sotto il mento. Le minacce bastarono e avanzarono: poco dopo, la giacca venne sfilata dalle spalle dell'aggredito. In effetti, nelle tasche c'erano 80 euro. Che evaporarono in fretta nelle pipe usate per consumare il crack, la droga dei (più) disperati.

Ma il resto non si trasformò in fumo. Rimasero le accuse dell'italiano, che agli uomini dell'Antirapine della Squadra mobile descrisse un terzetto di aggressori. Oltre al ventenne, un marocchino di 33 anni e un ragazzino nemmeno maggiorenne. Le telecamere della stazione raccontarono altri dettagli ai poliziotti. Il cerchio si strinse, e quando le fu mostrato un fascicolo fotografico la vittima della rapina indicò tre volti. Il minorenne e il nordafricano vennero arrestati nel giro di pochi giorni. Ma all'appello mancava il principale indagato, che poco dopo la rapina si era volatilizzato. Era tornato in Costa d'Avorio. Per sfuggire alla legge, secondo alcuni. Per sfuggire alla tossicodipendenza, stando a quanto lui stesso avrebbe raccontato in seguito.

Se fu questo l'obiettivo di quel viaggio, sembra che il giovane lo abbia raggiunto, grazie alla medicina tradizionale: dall'Africa pare che sia tornato con mente e volontà «ripulite». Se invece il vero scopo fu il primo, si trattò di un fallimento: la resa dei conti sarebbe stata solo rimandata. In ottobre, allo sbarco alla Malpensa da un aereo proveniente da Tunisi, il giovane trovò ad attenderlo gli uomini della Polizia di frontiera avvertiti da Parma. Finì in manette e poi nel carcere di Busto Arsizio.

Ieri, si è concluso il processo a carico suo e di colui che secondo l'italiano gli avrebbe fatto da spalla (la posizione del minorenne, invece, è al vaglio del tribunale competente, a Bologna). Un processo nel quale a volte due realtà stridenti si confrontavano. La prima relativa al mondo disperato dei consumatori di droga in stazione, nel quale i confini tra i ruoli spesso sono labili. Basti pensare che in una delle scorse udienze la stessa vittima ha testimoniato prima di tornare a sua volta in carcere, dove è finito nei giorni scorsi per un guaio di cui si sarebbe reso protagonista. A fare da contraltare, i parenti del ventenne: i fratelli e le sorelle, sportivi, bene inseriti come i genitori. Anche la madre del 34enne marocchino era in aula. Una signora dignitosa, dall'espressione segnata da anni di preoccupazioni. Ieri ha potuto finalmente sorridere: il figlio è stato assolto «per non aver commesso il fatto» dal collegio presieduto da Gennaro Mastroberardino. Un sorriso breve, perché il 34enne è stato accompagnato di nuovo in via Burla, dove è obbligato a stare dalla sentenza relativa a un'altra rapina. Il ventenne, invece, è stato condannato a tre anni e a 600 euro di multa. Scontata la pena, sarà espulso. Diviso anche per legge da una famiglia alla quale, almeno fino a pochi mesi fa, è appartenuto da così lontano.

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal