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Tribunale

Violentata in casa fin da bimba: 10 anni allo «zio»

10 maggio 2018, 07:04

Roberto Longoni

Presto, troppo presto, mani adulte rapirono l'infanzia di Maria. E forse soffocarono per sempre anche la donna che quella bambina sarebbe dovuta diventare. A distanza di tempo da ciò che ha subito, ancora ci si chiede se riuscirà a guardare con fiducia un uomo negli occhi, se saprà abbandonarsi all'amore e ai suoi abbracci. Una cosa è certa: la sua «condanna», lei la porta con sé. «Le persone si possono uccidere in molti modi - ha sottolineato il pm Lucia Russo -. In questo senso, la sua vita è stata devastata dall'incontro con quest'uomo». E lui, quest'uomo, chissà se sconterà i dieci anni di carcere che gli sono stati inflitti per aver abusato di Maria, fino a quando non è riuscita a parlare. Condannato dal collegio presieduto da Gennaro Mastroberardino, lui da un paio d'anni è via dall'Italia: nelle Filippine. Forse ha voluto allontanarsi il più possibile dalla giustizia, forse, come sosterrebbe un certificato medico, è stata davvero una grave malattia a farlo tornare in patria.

Maria aveva 11 anni, quando cominciò a subire le molestie. Undici lei e 55 il convivente della zia che le mise le mani addosso. Da lì in poi fu un crescendo di squallore. Senza che lui arrivasse a costringerla a un rapporto completo. Sarebbe venuto anche quel momento, un «regalo d'orrore», per il diciottesimo compleanno della sua vittima. Nel 2011. Ben prima d'allora, però, la situazione era già precipitata.

Lei, trascorsi i primi anni nelle Filippine, era arrivata in Italia solare e felice. Finalmente con la mamma. Peccato però che ci fosse anche quello «zio» acquisito. Presto, lei si fece introversa. All'inizio, i problemi scolastici furono imputati alle difficoltà di ambientamento. Ma poi, nel 2006, a 13 anni, Maria cominciò a svenire a scuola, a piangere, a essere scossa da tremiti e ad avere conati di vomito. Aumentò di peso. Venne ricoverata, senza che fossero diagnosticati problemi organici. Alcuni ipotizzarono che avesse una personalità istrionica e isterica. Non si poteva immaginare che le sue potessero essere somatizzazioni legate al grave danno post-traumatico che sarebbe stato evidenziato in una delle perizie portate poi al processo.

Ma perché Maria non chiese aiuto? Perché continuò a guardare la televisione sul divano accanto all'uomo della zia, mentre la mamma e la zia seguivano un altro programma nella stanza accanto? Qui va ricordata la figura dell'imputato: aggressivo, violento, pronto a minacciare con il coltello il figlio della convivente per questioni di soldi e bollette non pagate. Una personalità in grado di terrorizzare la piccola, di renderla succube. Inoltre, per quanto possa apparire assurdo, Maria si sentiva in qualche modo colpevole. Temeva di mettere a repentaglio la vita costruita a suon di sacrifici dalla madre.

E la famiglia? Sembra che non si sia mai accorta di nulla, nonostante la casa nella quale avvenivano i frequenti e ripetuti abusi fosse sempre piuttosto affollata. Oppure, in casa non ci si chiedeva quale potesse essere il significato di quelle carezze. «Ho visto che lui la toccava, ma secondo me senza malizia» ha riferito la zia della vittima durante la testimonianza. Racconti definiti «imbarazzanti» dall'accusa. A sapere, semmai, era un'amica americana, con la quale Maria trascorreva ore e ore in chat: a quella ragazza era toccato lo stesso inferno.

L'ultima pesante attenzione, Maria la subì con la nipotina in braccio. Per paura che anche a quella piccola toccasse la sua stessa sorte e perché ormai anche il diciottesimo compleanno era vicino, la ragazza chiese aiuto. Fu una vicina ad accompagnarla in questura. Ieri, la fine del processo a carico di un «soggetto che prima ancora della legge ha infranto i basilari valori di rispetto della persona e della solidarietà familiare» ha detto Lucia Russo, chiedendo una pena non inferiore ai dieci anni. «Pena che quest'uomo non sconterà mai, perché mai tornerà nel nostro Paese. Credo che la sua mancanza non la sentirà nessuno di noi». Non solo Maria.

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