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I funerali

Il duomo gremito per l'ultimo saluto a Rebecca Braglia

12 maggio 2018, 07:02

Mara Varoli

REGGIO EMILIA - Si alzano i palloncini e volano in cielo le lanterne di carta, sopra il duomo di Reggio Emilia. La piazza è affollata di studenti, amici, rugbisti, coach e dirigenti, autorità, tutti uniti in un lungo abbraccio a papà Giuliano, a mamma Marina e al fratello Federico. Anche la città si inchina al dolore della famiglia di Rebecca Braglia, la 18enne morta dopo un terribile infortunio sul campo da rugby a Ravenna, durante una partita di Coppa Italia.

Una ragazza «intraprendente, capace di leggere 8 libri in un mese, innamorata dell'Oriente e con tanta creatività», ricorda una compagna di liceo. Ma anche sempre disponibile con gli altri, «che nonostante casa sua fosse dalla parte opposta - prosegue l'amica -, accompagnava sempre la Franci alla fermata. Eppoi i disegni che faceva per i nostri compleanni: Reb, continua a restare con noi». La piazza di Reggio è grande, avvolta in un commosso silenzio, quando papà Giuliano per l'ultima volta accarezza la bara, in cui riposa «la sua bambina». E tra i rintocchi, tornano alla mente le parole del fratello: «Grazie a tutte le persone che hanno pregato con noi, grazie per i pensieri. Rebecca vive: i paramenti bianchi ricordano la Pasqua e la resurrezione. Oggi non ci viene più insegnato che anche un giovane può morire, mentre un tempo in giovane età si moriva in trincea: non sapremo mai quando dobbiamo abbandonare questo mondo». Il feretro è coperto di rose rosse, ortensie azzurre e bocche di leone. Fiori dal forte carattere, così com'era lei e com'era la sua grinta. Tant'è che a una compagna di squadra degli Amatori Parma scappa: «Rebby era una bomba». La cerimonia funebre si apre con il messaggio del vescovo monsignor Massimo Camisasca: «La testimonianza di fede della famiglia di Rebecca in questi giorni è il segno che Dio non lascia soli i propri figli». L'eucaristia di saluto riprende il vangelo secondo Giovanni e si muove tra i canti accompagnati a chitarra: «Sono orgoglioso di essere stato il tuo parroco - apre l'omelia don Maurizio Pirola della parrocchia di San Giacomo e Filippo -. Carissima Rebecca, non siamo poi riusciti a fare quelle due chiacchiere che ci eravamo promessi. Ma certamente ora le starai facendo con don Alcide, a cui eri molto affezionata. E tu gli dirai: "Tu avevi 84 anni, ma io 18"». Dal tono diretto alla «piccola» Rebecca, don Maurizio si rivolge alla folla: «Noi siamo pieni di domande, lei è colma di risposte - continua - perché è davanti a Dio. Rebecca ora ha capito tutto. La cosa più evidente nella vita è la tenerezza di Dio. E in quel tragico giorno sul campo di Ravenna c'era Dio con Rebecca. All'ospedale di Cesena, dove era ricoverata, c'era Dio, che le teneva compagnia e che l'aspettava. Ora noi desideriamo non dimenticarti, quello che abbiamo vissuto non si perde e so che tu ci sosterrai. Che bello avere grandi amici in cielo». Così chiude don Maurizio: «La fede che noi ti invochiamo è per poter tornare a vivere la quotidianità con bellezza e con l'entusiasmo che Dio ci ha donato».

IL RICORDO DELLE COMPAGNE DI SQUADRA

Tutte in fila, a fianco dell'altare, per leggere un personale ricordo. Ci sono le compagne di liceo e ci sono le compagne di squadra, quelle che con Rebecca hanno indossato la maglia del Rugby Colorno e quelle degli Amatori Parma Rugby. «Eccoci qua - dicono Maria Elena e Anastasia -, tutti riuniti per accompagnarti durante il tuo ultimo viaggio in questa vita terrena. Non è il nostro ultimo saluto, perché ogni volta che scenderemo in campo sarai con noi. Nessuno sarà in grado di sostituirti né come amica, né come compagna di squadra. Soprattutto sei stata e sarai sempre un esempio da seguire. In particolare per la tua forza d'animo, per la tua tenacia e per il tuo spirito di sacrificio, che hai sempre dimostrato per tutte noi. Non dimenticheremo neppure tutti i momenti felici che abbiamo condiviso». E infine, con il cuore in gola: «Una rugbista non muore mai, al massimo passa la palla». Dalle tue compagne di squadra di ieri e di oggi. M.V.

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