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Anniversario

Parma e i 40 anni dalla legge Basaglia

14 maggio 2018, 07:03

PIERLUIGI DALLAPINA

Per circa un secolo fu il luogo dove le persone «normali» decisero di rinchiudere, spesso facendo loro patire incomprensibili sofferenze, le anime più fragili e scomode, cioè tutti quelli che non riuscivano a trovare un loro posto, o meglio, una loro utilità, nella società.

Il manicomio di Colorno restò aperto dal 1873, anno in cui l'ospedale psichiatrico di Parma venne trasferito nei locali dell'ex reggia e dell'ex convento di San Domenico, alla fine degli anni Settanta, quando la legge 180, o legge Basaglia, decretò la sua chiusura.

Mario Tommasini, l'uomo che trascorse la vita ad aprire gabbie, comprese con una decina di anni d'anticipo rispetto all'approvazione della legge che quel manicomio, come tutti gli altri, andavano chiusi per sempre, tanto che nel 1969 organizzò l'occupazione dell'ospedale psichiatrico di Colorno, dopo essere rimasto profondamente turbato dalle condizioni di vita dei pazienti rinchiusi.

Tommasini, nelle sue battaglie condotte per liberare i matti, riuscì ad incontrare Basaglia, che a Trieste stava mettendo in pratica la sua rivoluzione nel campo della psichiatria. I due collaborarono così assiduamente alla stesura della legge 180 che a Parma qualcuno sperava venisse chiamata «legge Basaglia-Tommasini».

«A metà degli anni Sessanta, quando era assessore in Provincia, Tommasini si recò, con la Fiat 500 dell'ente, in manicomio e, dopo quella visita, mi disse: “Mi veniva da vomitare, avevo visto un carnaio, donne con la vestaglia che non indossavano nemmeno la cintola, uomini seduti per terra con la testa tra le mani e altri che camminavano strascicando. Era come se i piedi non li volessero portare in nessuna direzione”.

Il direttore del manicomio, vedendolo scosso, disse a Tommasini che forse non era adatto ad occuparsi della struttura», racconta Bruno Rossi, presidente della Fondazione Mario Tommasini. «Al termine della visita, mentre stava tornando in città – prosegue Rossi - Mario fece inversione a U per ritornare in manicomio, consapevole che non poteva abbandonare quelle persone e che doveva liberare le loro vite da un'esistenza che li avrebbe condannati a soffrire».

Da quel momento, l'impegno di Tommasini nei confronti dei pazienti rinchiusi a Colorno fu costante e proficuo, come dimostrano due episodi significativi. «Fece migliorare la qualità del cibo preparato dalla mensa, nominando anche una commissione composta dai pazienti, ed organizzò feste dove i pazienti di ambo i sessi potevano incontrarsi».

Tommasini non si limitò a fare di tutto pur di chiudere la struttura di Colorno, in quanto cercò di dare un futuro dignitoso agli ex pazienti. «Mario si fece dare la fattoria di Vigheffio per permettere a queste persone di lavorare la terra – dice Rossi – e a proposito di Vigheffio va ricordata la volta in cui Berlinguer, di passaggio a Parma, non andò nella sede del Pci, preferendo visitare la fattoria».

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