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La storia

«Io miracolato dai miei compagni di corsa»

15 maggio 2018, 07:00

Roberto Longoni

Fabrizio non corre più: vola. Non importa che ora macini chilometri a passo tranquillo: vola leggero con il sorriso del miracolato grato al cielo e agli amici. «Quando ti viene donata la vita una seconda volta cambi completamente prospettiva» dice. Era il primo novembre scorso, quando Fabrizio Macchiavelli, 59enne runner fidentino, fu a un passo dall'ultimo traguardo (quello che non si ha alcuna fretta di attraversare). Lui, reduce da sei Cento chilometri del Passatore, da sette Cinquanta chilometri di Romagna e da diverse maratone, per citare la parte più eclatante del suo curriculum da atleta, si accasciò al termine di un allenamento in scioltezza. A differenza della maggior parte delle volte, non era solo. A questo deve la vita: avere accanto chi aiutasse a ripartire il suo cuore che s'era fermato.

VENT'ANNI DI PODISMO

Macchiavelli, addetto di un'impresa di onoranze funebri, ne parla dopo l'ospedale, l'intervento, la convalescenza e la lenta ripresa. Racconta quel giorno, quando all'improvviso tutto si fece buio, insieme con due tra gli amici che l'hanno salvato: Marco Cavatorta, 53enne impiegato della Barilla, ed Erida Elezi, 34enne odontoiatra triatleta. E' Cavatorta a spegnere sul nascere il primo sospetto. Ossia che Macchiavelli, suo compagno di squadra al Quadrifoglio, abbia rischiato per trascuratezza. «Fabrizio è un atleta vero, che si è sempre sottoposto a tutti gli esami necessari per entrare in un gruppo podistico». Visite che dovrebbe fare chiunque pratichi sport. «Permettono di scoprire il 97 per cento dei problemi». Era nel cono d'ombra di quel 3 per cento che il destino avrebbe teso l'agguato al podista.

Era stato proprio il medico a consigliare a Macchiavelli di darsi alla corsa. «Pesavo 102 chili - ricorda lui -. Stentavo ad allacciarmi le scarpe». Vent'anni fa, un abisso di chili or sono. «Mi iscrissi al gruppo podistico Quadrifoglio e feci la prova da sforzo. Tutto era in ordine, anche se avevo rimosso che mio padre era morto proprio per un arresto cardiaco. In ogni caso, non mi stancherò mai di sottolineare l'importanza della prevenzione. E della diffusione della conoscenza delle tecniche di salvataggio. Ora so bene che cosa significhi».

CORSA CONTRO IL TEMPO

Era stato lo stesso Macchiavelli, in chat, a lanciare l'idea di un allenamento collettivo per quel primo novembre. Sole, aria tiepida. I podisti si incontrarono alle 8,30 davanti al circolo Cabriolo, tra Fidenza e Tabiano. Alcuni vennero in auto, Fabrizio arrivò da casa di corsa, con un amico. «Corremmo a ritmo blando su per le colline, scambiandoci battute» racconta cavatorta. «Al ritorno - ricorda Erida Elezi - Fabrizio fece un po' di strada in più per raggiungere i 24 chilometri. Tornò sul piazzale mentre i più si stavano cambiando accanto alle auto. Lui cadde in ginocchio e poi in avanti». Come se si fosse spento.

«Luca Spaggiari, che gli stava accanto, lo voltò subito - prosegue Cavatorta -. E nel giro di cinque o sei secondi fummo tutti da lui». L'allarme al 118 fu immediato: fu una ragazza del circolo a chiamare. Che la situazione fosse gravissima fu chiaro fin da subito. «Fabrizio non rispondeva, non respirava, aveva gli occhi chiusi a metà. Gli presi il polso: non c'era battito».

I SOCCORSI IN STRADA

La triatleta-odontoiatra praticò per prima il massaggio cardiaco all'amico. Spaggiari, invece, provò ad aprirgli la bocca, ma le sue dita rischiarono di restare intrappolate tra i denti serrati. Fu Erida a riuscirci, con l'aiuto di una bottiglietta. Ora, era Cavatorta a continuare. Oltre al sangue freddo, per il massaggio serve un notevole sforzo fisico. «In Barilla ha seguito un corso Blsd di primo soccorso - ricorda il runner - ma un conto è praticare queste manovre su un manichino, un conto su un amico. Con Erida abbiamo continuato a fasi alterne per sei o sette minuti».

All'arrivo dell'ambulanza, Macchiavelli venne subito defibrillato. «Ma in contemporanea ci chiesero di continuare con il massaggio cardiaco». Alla seconda scossa, il defibrillatore rilevò il movimento del cuore. Intanto, un medico somministrava al paziente l'ossigeno con il palloncino autoespandibile. Poco dopo, il runner era a Vaio, in Rianimazione, sedato.

«Poi - racconta lui - mi ricoverarono al Maggiore, in Terapia intensiva. Il 21 novembre venni operato. Da allora mi fa “compagnia” un defibrillatore inserito sotto la pelle, in grado di darmi la “scossa” nel caso ce ne fosse bisogno. Ho vissuto per 23 giorni attaccato a un monitor. Credevo di essere su Scherzi a parte: non ricordavo nulla di quanto fosse accaduto». Quindi, la convalescenza e il ritorno al lavoro il 27 dicembre. «Ma ancora oggi non devo fare sforzi». Niente più corsa, ma tranquille camminate. «Sono sereno, ma anche molto emozionato di esserci ancora: tutte le mattine vado in chiesa a ringraziare. La vita e la salute non sono mai scontate». Erida gli sorride accanto: «A volte non riesco a credere che sia andata così. E' stato un miracolo».

PREVENIRE E CURARE

«Anche per questo - sottolinea Cavatorta - con il Quadrifoglio abbiamo dato vita a “Salso nel cuore”: uno scooter con un defibrillatore a bordo segue le nostre corse. Inoltre, collaboriamo con il Comune di e la Pubblica di Salso perché si diffondano i defibrillatori e sempre più si sappia come usarli e come fare un massaggio cardiaco. Il 23 maggio si terrà il primo corso per tutti gli iscritti al nostro gruppo sportivo. Vorremmo coinvolgere anche le altre società».

A proposito di ringraziamenti, Fabrizio ne vuole fare uno alla famiglia, agli amici e a chi era con lui quel giorno. «Oltre ai tre che abbiamo già citato, Claudio Pasi, Christian Maniello, Fabiana Bacchini, Maurizio Giovanelli, Andrea Todaro, Mara Fagandini, Matteo Papini, Matteo Fiorenzi, Giorgio Bussolati e Maurizio (Max) Galli». Domenica mattina erano di nuovo con lui, per una camminata tra le colline di quel giorno maledetto e fortunato. La partenza e l'arrivo? Il piazzale davanti al Cabriolo: il check-point Macchia.

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