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Lutto

Andrea Trabucchi morto a 56 anni: il dolore degli amici

16 maggio 2018, 07:00

ROBERTO LONGONI

Del padre aveva seguito le orme. Come lui, a sua volta era avvocato civilista, amante della lirica e della terra nella quale affondavano le radici di famiglia, intrecciate anche con quelle di Verdi. Di Romeo, scomparso alla fine dello scorso ottobre a 88 anni, Andrea Trabucchi ha seguito anche il destino, quasi sette mesi dopo. Non aveva nemmeno 56 anni: li avrebbe compiuti lunedì. E' morto ieri pomeriggio all'ospedale Maggiore dopo un brevissimo ricovero.

Con il fratello maggiore Gianluca, Andrea aveva condiviso e poi ereditato gli studi del padre, l'Avvocato della Bassa. Un ufficio in via Verdi a Parma, uno in via Roma a Busseto. Ma ci fu un periodo in cui Andrea si trovò di fronte anche a un altro bivio. Non più solo tra due scrivanie e due case, quella degli avi di Roncole e quella di città. Dovette scegliere tra la scrivania (e il foro) e il palcoscenico. Come Romeo era appassionato di lirica, ma oltre che da melomane lui lo fu anche da cantante. Suo maestro era stato Bergonzi, con il quale nell'86 cantò nella Luisa Miller a Busseto. Partecipò anche a una tournée a Lisbona. Questione di sangue, di radici: la mamma Maria Teresa Orlandi era discendente della famiglia della prima moglie di Giuseppe Verdi. Ma Trabucchi decise di indossare la toga: senza rimpianti. Cantare rimase il suo modo di augurare felicità agli amici che si sposavano o di chiedere alla terra di essere lieve per quelli che se ne andavano per sempre. Nel 2016 cantò anche al funerale di Gian Franco Bellè, il giornalista della Gazzetta a lui vicino con gli altri di «quelli di via Verdi».

«Era un avvocato scrupoloso, preparato - ricorda il collega e amico Giuseppe Maghenzani -. Un civilista dalla memoria ferrea: a distanza di anni ricordava le mie parole in una causa che ci vide contrapposti. Un uomo di grande profondità. Lo dimostrano anche tutti gli incarichi come amministratore di sostegno che gli venivano affidati dai tribunali di Parma e di Piacenza». Spesso si trattava di entrare in una casa di riposo o in un ospedale o di percorrere chilometri su chilometri. Lui non delegava mai: ci metteva fatica e cuore. «Si fida di me. Non ha nessuno: ci vado io» tagliava corto con chi gli diceva che avrebbe potuto risparmiarsi la visita. «Aveva una gran capacità di mettersi in sintonia con il prossimo» prosegue Maghenzani.

Un generoso. «Allegro e sempre disponibile - ricorda Isa Guastalla, sua vicina di casa e non solo -. Me lo ricordo bambino: l'ho visto crescere. Per me e i miei nipoti è stato un amico nel senso più ampio del termine. Incarnava una grande quantità di valori: mai una malignità verso il prossimo. Quando si perde una persona così, il rimpianto non può che essere grandissimo». La professoressa ricorda il legame di Trabucchi con il padre e la madre scomparsa nel 2011. «E l'amore immenso per Amalia, la figlia quindicenne».

«Con lei e con mia figlia, di qualche anno più grande, siamo usciti a pranzo venerdì - ricorda Maghenzani -. Si vedeva che non stava tanto bene, ma era stato proprio lui a insistere. Quel giorno, non toccò quasi cibo». Un segnale inquietante per una buona forchetta come lui. Solo lunedì, i due avvocati avevano improvvisato un altro pranzo insieme: e l'appetito di Trabucchi era stato quello di sempre. Quello di un uomo della Bassa innamorato delle vita e delle sue buone cose, a partire dalle vigne e dalle rose tramandate di generazione in generazione a Roncole.

«Lo definirei di una bontà fanciullesca, anche se priva d'infantilismo - dice l'avvocato Isabella Pezzani, che con lui aprì anche uno studio a Soragna anni fa -. La generosità era tale da fargli vincere anche la sua ipocondria. Per una diversa serie di motivi, con lui e Giuseppe (Maghenzani, ndr) si doveva andare a piedi in pellegrinaggio a Fontanellato». Si aspettava solo una giornata di sole. «Andremo. Andremo anche per lui». Magari immaginando la sua voce.

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