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Vittorio Adorni

«Il mio mondiale nato come un azzardo»

18 maggio 2018, 07:00

PAOLO BORELLI

IMOLA - Un'emozione lunga 50 anni: Vittorio Adorni è tornato ieri su quello che lui scherzosamente chiama il «luogo del delitto», ossia il circuito dei «Tre Monti» di Imola, arrivo della dodicesima tappa del Giro d'Italia 2018 e sul quale si laureò Campione del Mondo il 1° settembre 1968. Dettagli tecnici e sensazioni si mescolano nelle sue parole in ricordo di quella straordinaria giornata, vissuta in prima persona e negli sguardi appassionati dei suoi tifosi lungo il percorso e nella nostra città.

Che mondiale fu quello del ‘68, in cui era presente il gotha del ciclismo dell'epoca?

«C'erano tutti: i francesi con Anquetil e Poulidor, gli olandesi col vincitore del Tour, Jan Janssen, i belgi con Merckx e Van Looy e i tedeschi con Altig. Vincerlo è sempre difficile e, salvo rari casi, prevale un campione. L'unico a non aver mai vestito la maglia iridata è Anquetil. Il mio fu un mondiale difficilmente ripetibile, sia per lo svolgimento della gara che per l'esito finale».

Come si svolsero quei 277 durissimi chilometri?

«Il circuito, oltre all'Autodromo Ferrari, presentava i cosiddetti Tre Monti, tre strappi con punte al 14% che spaccano le gambe. Al terzo dei 18 giri previsti, scatta Van Looy. Una follia! Spesso però, per vincere una corsa, bisogna rischiare di perderla… e così lo raggiungo insieme ad altri cinque corridori, tra cui l'azzurro Carletto ed il portoghese Agostinho. Restiamo in fuga per 150 chilometri con un vantaggio di quasi 6', poi alla tredicesima tornata allungo in salita e mi ritrovo da solo. Portare in volata Van Looy, che di mondiali ne aveva già vinti due, non era un buon affare. Altri 90 chilometri da solo e il vantaggio che cresce oltre i 10'. Solo una foratura lo riporta a 9'50” su Van Springel, quando tagliai il traguardo. Un record imbattuto, così come i 12' su Zilioli, secondo alle mie spalle nel Giro d'Italia del ‘65».

Come riuscì a gestire uno sforzo del genere?

«Il ct Mario Ricci, in ammiraglia con Ernesto Colnago, allora in veste di meccanico, era tranquillo perché aveva in fuga uno che sapeva quello che doveva fare. Ero in forma e ho addirittura aumentato il ritmo, tanto che il mio 17° giro fu il più veloce della corsa. Appena scollinato, mi alimentavo e facevo girare le gambe in modo regolare, secondo la mia abitudine. In gruppo la squadra italiana fece il suo dovere, anche perché correvamo in Italia, dando la caccia a tutti quelli che cercavano di inseguirmi, compreso Merckx che quell'anno era mia compagno alla Faema».

È vero che sul traguardo a fare il tifo c'era il romagnolo Ercole Baldini, suo amico e ultimo italiano a vincere un mondiale dieci anni prima?

«Ercole era stato mio compagno alla Cynar e con la Salvarani e fu felicissimo della mia vittoria che riportava il tricolore sul pennone più alto. Realizzai un'impresa, nata come un azzardo, ma rimasta unica nella storia del ciclismo per come si è sviluppata e realizzata, culminata con un trionfo assoluto a braccia levate».

Quali furono le emozioni vissute in gara e sul traguardo?

«Sul circuito, ad ogni giro, i cartelli per Gimondi cambiavano in W Adorni, l'ultimo chilometro fu un tripudio di folla e solo dopo l'arrivo mi resi conto di quanto avevo fatto. Più contenuta la gioia sul palco perché non ero un neofita del successo, anche se questo era il più importante della mia vita».

Non capita a tutti di condurre un programma Rai in prima serata e vincere un mondiale, vero?

«Verissimo, nel bel mezzo delle quattordici puntate di “Ciao Mama”, un varietà che conducevo insieme a Liana Orfei, vinsi proprio il mondiale. Chi non ricorda oggi quel programma, può immaginare quali furono i festeggiamenti al mio ritorno in onda con la maglia iridata».

Ci sarà un nuovo Adorni o quello di 50 anni fa resterà un mondiale ineguagliabile?

«50 anni da quella vittoria sono un traguardo importante che oggi ho avuto il piacere di celebrare proprio qui al Giro, ma penso che sarà difficile rivedere una corsa del genere, perché i tempi sono cambiati ed io ero un corridore particolare, con un modo tutto mio di interpretare le corse».

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