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La requisitoria

Processo «Costa più 8», la maratona dell'accusa

19 maggio 2018, 07:03

ROBERTO LONGONI

Era la Parma da bere, ma ebbra già di suo. La petite capitale ingiaccata e incravattata, caput mundi dei post, degli annunci di progetti destinati a restare tali. Apparire era la parola d'ordine. Era la Parma degli scambi di favori, delle amicizie interessate o degli interessi confinanti con le amicizie. Gli anni sono il 2010 e il 2011, gli ultimi dell'era Vignali: il mondo attorno già affondava travolto dalla crisi. Ci volevano i soldi, per tenere a galla l'isola felice o anche solo la sua immagine e magari per zittire i guastafeste. E i soldi - stando alle accuse - venivano da partecipate del Comune usate come bancomat, versati da manager-cassieri. Finì con la bordata di manette di «Public Money» e ora si intravvede il momento del giudizio.

Gli imputati sono rimasti nove, dopo che alcune posizioni sono state stralciate: tra queste quella dell'ex sindaco Pietro Vignali che nel novembre del 2015 ha patteggiato due anni. «Non per l'ammissione di una colpa - precisò -, ma per l'esigenza di voltare pagina». Nel gergo asettico dei tribunali, il processo è stato battezzato «Costa più otto», dal nome del presidente del Cda e consigliere delegato di Stt e di Alfa. Ma alla sbarra con essi è finito un periodo della nostra storia. Appena più di sette anni fa, e sembra un secolo. Una maratona di processo, che ieri ha toccato una delle tappe fondamentali, con la requisitoria del pm Paola Dal Monte di fronte al collegio formato dai giudici Mattia Fiorentini, Adriano Zullo e Livio Cancelliere.

Una requisitoria fiume, di nove ore (al netto di due brevi pause) che forse per la durata ha sorpreso per primo già lo stesso pubblico ministero. Eppure, non è conclusa. Paola Dal Monte prenderà di nuovo la parola il 15 giugno, alla prossima udienza. Solo allora formulerà le richieste. Quindi, verrà il turno delle parti civili: Gianluca Paglia, avvocato di Stt holding spa e del Comune, e di Anna Ronfani, legale di Iren. Dopo di loro, parleranno i difensori dei nove imputati ai quali sono contestate 13 ipotesi di reato.

Spiccano nella loro lista, oltre a quello di Costa (chiamato a rispondere di più episodi di peculato), i nomi dell'editore Angelo Buzzi (peculato e corruzione), e di Luigi Villani (peculato), ex numero uno del Pdl in Regione. A processo anche l'imprenditore Marco Rosi, per corruzione, e per peculato il giornalista Aldo Torchiaro, l'ex rappresentante legale della società Macello Parma, Mirko Dolfen, l'ex addetta alle relazioni esterne del Comune, Emanuela Iacazzi, l'ex amministratore di Gdm, Alfonso Bove, e l'ex collaboratore di Stt, Antonio Cenini.

Buzzi era l'editore di Polis, quotidiano «considerato - sottolinea il pm - una spina nel fianco. Era necessario zittirlo». Stando alle accuse, a Buzzi venne proposto un ruolo manageriale a Iren. Mentre veniva cambiata la guida del giornale «per farne uno strumento a uso e consumo di Villani e Vignali. Un'operazione costosa: per il nuovo direttore, Costa aveva preparato un contratto di consulenza da 300mila euro già nel febbraio 2010». Anche per Klaus Davi, sempre stando alle accuse, i compensi venivano dai fondi delle partecipate. «Bisognava pagarlo per le interviste e le comparsate televisive procurate a Vignali. Lo si faceva a seconda delle disponibilità finanziarie delle varie società». Il pm ribadisce più volte la «destinazione privatistica dei fondi pubblici». Come nel caso del giornalista Aldo Torchiaro. «Fu chiamato da Roma per seguire la newsletter del Comune, ma si ritrovò a gestire il profilo social di Vignali, pagato attraverso contratti “farlocchi” da parte di Sws». Per fare cosa? Per una campagna su facebook attimo per attimo, «like» per «like». Intercettazioni alla mano, il pm descrive con quale entusiasmo si annunciasse l'arrivo a 4.100 amicizie. «Siamo a quasi cinquemila: dobbiamo fare il fan club Vignali». Invece, i tempi stavano per cambiare. Fino alla pentolata sotto i portici del Grano. Alla quale si cercò di reagire con una raccolta di firme. «”Sto mettendo molte firme fittizie” l'accusa legge in un sms. “Purtroppo molti dei nostri non ci danno una mano”». Il tempo della burrasca era cominciato. E non era in un bicchiere.

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