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Inchiesta

Scomparsi: 70 denunce a Parma nel 2017

20 maggio 2018, 07:02

Testi di LAURA FRUGONI

Settanta denunce di persone scomparse a Parma soltanto nel 2017. Un dato che fa pensare: soprattutto perché, guardando agli anni appena indietro, i numeri risultano decisamente più ridotti. Ma in costante - inesorabile - aumento.

Come va letta questa «epidemia» di sparizioni? E chi coinvolge di più: gli adulti o i giovanissimi? I nativi o gli stranieri? Sicuramente è un trend che ricalca quel che sta succedendo in tutto il Paese: le persone scomparse in Italia sono in forte aumento. Un esercito di fantasmi, quasi 53mila persone di cui non c'è più traccia (dal 1974 al 31 dicembre 2017), secondo l'ultima relazione del commissario straordinario del governo per le persone scomparse.

Numeri così alti che vanno spiegati in parte con l'aumento dei flussi migratori: molti di quei fantasmi, infatti. sono stranieri di passaggio, volti spesso senza nome che si perdono per strada. Un'altra cosa importante dicono i numeri: la maggior parte delle denunce di scomparsa riguarda i minori e qui si apre un capitolo denso. Dai ragazzini sbarcati senza nessun adulto al fianco, di cui quasi subito si perdono le tracce, ai coetanei che appena si presenta l'occasione fanno fagotto dalle comunità e dalle strutture che li hanno accolti. Chi ogni giorno si trova alle prese con questo fenomeno lo descrive come una piaga. Ma sottolinea anche che la maggior parte di questi casi non resta irrisolta: «Riusciamo a ritrovare moltissime delle persone di cui viene denunciata la scomparsa». La percentuale viaggia intorno all'ottanta per cento.

Quando si parla di scomparsi si entra in un universo composito, impossibile da catalogare. Di solito sul giornale raccontiamo le loro storie: chi chiude una porta perché è intenzionato a non tornare ma anche di chi non torna perché non trova più la strada. Spesso sono il disagio psichico, la malattia le ragioni di una sparizione. Ma anche la guerra tra due «ex» e uno si porta via il figlio. Fino ai casi più terribili: gli scomparsi vittime di un reato.

Il fenomeno dei minori che scappano è in aumento e spesso chi li aiuta non sa in che guaio si va a infilare. Adesso, però, lo sa fin troppo bene il ventenne parmigiano dalla fedina immacolata che aveva ospitato un'amica minorenne per una notte: nessun «affaire» sentimentale tra loro. Lei l'aveva cercato: «Ho litigato con mia mamma, sono andata via di casa, posso stare da te stanotte?». Il giovane aveva accettato. La mattina dopo la ragazzina è stata rintracciata dagli ispettori della Squadra mobile, è venuto fuori tutto. Il ventenne ha confermato di averla ospitata e anche che sapeva del litigio con la madre. E' stato denunciato per sottrazione di minore.

PARLA LA POLIZIA

«Il problema degli scomparsi è riuscire a ricostruire la loro vita: passato, abitudini quotidiane, amicizie. La nostra analisi va contestualizzata, non può fondarsi su regole fisse: bisogna capire se abbiamo a che fare con un potenziale allontanamento di un'ora oppure si tratta di una cosa più seria».

Parte da un momento preciso e delicatissimo, Maria Grazia Ligabue, dirigente della Divisione anticrimine della nostra questura: quello in cui chi cerca qualcuno che non si trova dall'angoscia passa all'azione. E seduto davanti a un poliziotto comincia a raccontare. «In questa fase l'operatore non deve fare domande, ma lasciar parlare la persona».

Immagazzinare le informazioni e unirle all'intuito investigativo.

«Chi denuncia una scomparsa, fornisce tutta una serie di informazioni - nel momento in cui il caso passa alla nostra divisione compiliamo un telex di ricerca che arriverà agli uffici di polizia di tutta Italia». Distinguo importante: delle persone scomparse nel territorio cittadino si occupa la questura, mentre i casi della provincia sono di competenza dei carabinieri.

«Ogni fatto non può essere valutato come gli altri», insiste Ligabue su questo punto.

L'allontanamento dei minori, ad esempio, rappresenta un universo parallelo ma anche qui bisogna partire dai distinguo: il ragazzino che litiga con i suoi, esce di casa e prende il primo treno rappresenta una tipologia di allontanamento volontario ma in verità non succede così spesso da essere considerata un'emergenza.

«Di questi tempi il fenomeno dell'allontanamento minorile è soprattutto quello che riguarda le comunità. Ormai è diventato una piaga. Molti stranieri arrivano in Italia non accompagnati: non si sa chi sono né da dove vengono».

Nelle strutture che li ospitano questi ragazzi hanno l'obbligo di rientrare a una certa ora, ma in troppi e troppo spesso «dimenticano» il coprifuoco e spariscono. A volte solo per qualche ora, altre volte se ne vanno per non tornare e i rischi di finire in situazioni pericolose sono innumerevoli, enormi.

Gli ispettori dell'Anticrimine molti di questi ragazzi li conoscono fin troppo bene: fuggitivi seriali.

«C'è una ragazza che si è allontanata 110 volte dalla struttura», appunta l'assistente capo Diego Margari. E ogni volta si mette in moto la stessa procedura: dalla comunità arriva via emai la segnalazione alle forze di polizia, tizio non è rientrato e bisogna andare a cercarlo. Un lavoro estenuante, «ma devo dire che abbiamo raggiunto un ottimo livello di collaborazione tra tutte le strutture coinvolte», annota Ligabue. E ne approfitta per lanciare una sorta di avvertimento a chi aiuta in qualche modo un minore in fuga: «se lo accoglie senza il consenso dei genitori commette un reato, che è la sottrazione di minore». La buona fede non è una scusante. Se un ragazzo chiede aiuto per motivi gravi («i miei mi picchiano») la strada da seguire è una sola: «Bisogna dirgli “andiamo alla polizia, ci penseranno loro”. Sui minori c'è una normativa molto specifica, l'obiettivo fondamentale è che siano tutelati e protetti».

Pesca l'esempio di un caso trattato: 14 anni lei, 27 anni il fidanzato, «li abbiamo rintracciati attraverso i cellulari. Lui è stato denunciato».

Diventare una primula rossa è molto complicato, tanto più nell'era del grande fratello. «Le nostre ricerche arrivano anche all'estero attraverso l'Interpol. Se c'è l'ipotesi di un reato interviene la squadra mobile».

La stragrande maggioranza degli scomparsi viene rintracciata. Quali sono gli strumenti principali di ricerca? «L'intercettazione telefonica è la prima cosa, ma non è che posso mettere sotto controllo tutti i telefoni della famiglia, occorre un intervento del pm. Poi, ovviamente, c'è chi va a cercare fisicamente la persona scomparsa, nei posti che di solito frequentava».

La collaborazione tra le divise è fondamentale: «La maggior parte dei ragazzi che si allontana dalle comunità viene individuata dalla polizia ferroviaria».

E il ruolo dei media è utile? «E' importante certo. Il problema dei media è veicolare l'informazione in un modo corretto. Il rischio di chi fa informazione è quello di diffondere allarmismi inutili».

LA STORIA

«Mia figlia fino a un anno fa era una ragazza molto tranquilla: intelligente, sveglia. I suoi problemi sono iniziati quando ha cominciato a non mangiare... I medici parlavano di sospetta anoressia. Ma dopo si è capito che il malessere nasceva da qualcos'altro, un disagio psicologico...».

Chi racconta è una mamma giovane, separata, tre figlie: il suo ragionare pacato mimetizza a stento l'angoscia che le leggi negli occhi.

Sara (la chiameremo così) è la figlia che le ruba il sonno e a volte la speranza: ha compiuto 14 anni. non è più una bambina ma la donna è ancora lontana dallo sbocciare. Per ora vive quell'adolescenza inquieta in cui dire un no spesso sembra l'unico modo per esistere davvero.

Sara è una ragazzina che scappa. Che esce di casa e non si sa quando torna, se torna. Così abituata a chiudersi una porta dietro le spalle (quando non la sbatte, magari dopo aver lanciato qualche piatto in cucina) che proprio la fuga sembra esser diventata la sua cifra. La sua ribellione.

«Ha cominciato a diventare aggressiva e a rientrare sempre più tardi. A tredici anni per lei era normale uscire senza dirmi dove va, a che ora torna. Sempre più insofferente, ostile. “Stasera dormo da un'amica”, e io: “fammi parlare con sua mamma”. Lei niente. Ha cominciato a rientrare all'una, alle due e non aveva ancora 14 anni. Cosa faccio io? Continuo a chiamarla: ma lei mi blocca, il telefonino risulta irraggiungibile. Allora chiamo le forze dell'ordine che vanno a cercarla».

Come passa le giornate Sara? «La mattina a scuola, frequenta la terza media, ma spesso trova un motivo per non andarci. Dice che s'annoia, come di tante altre cose si stanca subito. Vede gli amici: è capitata in un gruppo di ragazzi che non sta alle regole. Maschi e femmine, tutti più o meno della sua età, due o tre sono più grandi».

Racconta della prima volta in cui Sara non è rientrata a casa. «Quella notte ho chiamato il 113, la mattina dopo ho presentato la denuncia di scomparsa. I poliziotti sono andati a cercarla, avevo fatto un elenco dei suoi posti, le sue amicizie. L'hanno trovata quel pomeriggio, in un centro giovani che frequenta. L'hanno accompagnata in questura e l'ho raggiunta lì. Gli agenti hanno parlato sia con me che con lei, in colloqui separati».

La ramanzina delle divise ha fatto effetto? «Subito sembrava un po' pentita, ma il giorno dopo se n'era già dimenticata. Di nuovo tutto come prima, pronta a scappare di nuovo».

La polizia che consigli ha dato alla mamma? «Loro mi dicono: “se entro una certa ora non è tornata lei chiami il 113. Mia figlia per un certo periodo è stata anche ospite di una struttura, le chiamano comunità d'emergenza, ma è scappata anche da lì. E' seguita dagli assistenti sociali, sono loro che l'hanno mandata nel centro giovani, dove va al pomeriggio a fare i compiti. Ma se a un certo punto lei si stufa e vuole uscire anche da lì, prende e se ne va. Quando mi sono lamentata mi hanno risposto: “non possiamo trattenerla con la forza”. Doveva essere assistita da un neuropsichiatra ma si rifiuta di andarci. La soluzione sarebbe che andasse in una comunità volontariamente ma non possono obbligarla e io non posso decidere per lei. Dopo un anno e mezzo di questa battaglia sono stanca. E mi sento sola. Sono appena stata a una riunione con gli assistenti sociali, forse c'è uno spiraglio: se il giudice del tribunale dei minori dovesse firmare un'ordinanza... in quel caso mia figlia non potrebbe più fare quel che vuole. Dovrebbe andare in comunità ».

Fin troppo facile immaginare e mettere in fila le paure. La droga?. «E' un pensiero, certo... Mia figlia fuma già le sigarette, non le ho mai trovato nient'altro ma lei, per l'età che ha, è molto scaltra».

Paura che finisca in qualche brutto giro: «A volte è arrivata a casa con dei vestiti nuovi. Chi glieli ha dati? Con che soldi li ha comprati? ». Paura che Sara si spinga sempre più lontano, insieme a chissà chi. «Ha soltanto 14 anni, ma per lei è normale prendere un treno e andare a farsi un giro a Milano».

E' riuscita a sapere dove va sua figlia quando non rientra di notte? «Ho i miei sospetti. Ma comunque, anche dietro consiglio dai poliziotti, quando ho presentato la denuncia l'ho fatta contro ignoti. Le indagini competono a loro».

Tocca un punto centrale: chi aiuta un minorenne che si è allontanato da casa senza il consenso dei genitori è destinato a passare dei guai con la legge. «Ci sono genitori che non si accorgono nemmeno che c'è qualcun altro in casa, oltre ai loro figli. Oppure si accontentano di spiegazioni semplicistiche: “ho litigato con mia mamma, posso dormire da te?”. Per me è inaccettabile. Se mia figlia porta a casa qualcuno la prima cosa che faccio è accertarmi se la sua famiglia lo sa e se è d'accordo».

Il problema è molto più diffuso di quanto si pensi, assicura che tante famiglie vivono lo stesso incubo. «Bisogna sensibilizzare i ragazzi su questo tema. Far passare un messaggio forte, fare in modo che sia “obbligatorio” ascoltarlo se può servire. Dovrebbe farlo la scuola: organizzare incontri coinvolgendo i genitori. Per spiegare bene i pericoli in cui incorrono i ragazzi che scappano di casa. Ma anche le responsabilità degli adulti e di chiunque li aiuti».

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