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La storia

Dalla Borgogna a Parma in bici per abbracciare la sorella

24 maggio 2018, 07:00

MONICA TIEZZI

Ha affrontato la nebbiosa campagna francese; ha scalato il Moncenisio innevato, a 2.080 metri; ha bucato le ruote tre volte; ha pedalato sotto una pioggia così scrosciante che «planavo sull'acqua e non vedevo neppure le buche da schivare».

Eppure Hélène Thouvenin, intraprendente mamma francese di 53 anni, ce l'ha fatta: è partita il 16 maggio in bici dalla sua casa di Savigny-le-Sec, paesino della Borgogna, ed è arrivata in piazza Garibaldi il 22 maggio. Una settimana per percorrere 688 chilometri e abbracciare a Parma la sorella Claudine Ziegelmeyer, dipendente dell'Efsa trasferitasi nella nostra città 13 anni fa.

«Mio marito Philippe dice che sono folle, i miei tre figli (di 26, 22 e 14 anni, ndr) sono orgogliosi. Gli italiani che ho incontrato durante il viaggio mi hanno incoraggiato, le donne invece spesso hanno scosso la testa: “chi te lo fa fare, non hai paura?”. Ma va bene così. Sono felice e libera quando pedalo, e grata di poterlo fare. Arrivata in città ho urlato di gioia, sollevando la bici con due mani», dice Hélène.

Per capire il perché dell'impresa di questa maestra d'asilo bisogna tornare al 2015, quando Hélène era in piena depressione, reduce da due interventi chirurgici e inchiodata a casa per sei mesi. «Se riesco a superare questo momento, mi sono detta, riprendo ad andare in bici e vado a trovare Claudine per il suo compleanno», spiega Hélène. Una promessa mantenuta a metà perché il compleanno della sorella era il 3 maggio: ma il passo del Moncenisio è rimasto chiuso oltre il previsto e la partenza è stata rimandata.

La bici fino a quel momento era stato un passatempo, pedalate di poche ore nei fine settimana, non un tour impegnativo come questo. «La preparazione fisica? Così così. Mi sono affidata soprattutto alla forza della mente, alla caparbietà», spiega Hélène.

I suoi angeli custodi sono stati un ottimo equipaggiamento, una bici superleggera, un gps - grazie al quale il marito e la sorella la seguivano a distanza, aiutandola, quando i piani saltavano, a trovare in extremis un posto dove dormire o un'officina per riparare la gomma bucata - e, dice la ciclista, i suoi familiari scomparsi: «Nonostante abbia pedalato quasi sempre in solitaria, non mi sono mai sentita sola. C'è sempre stato qualcuno che vegliava su di me».

Come sul Moncenisio, il momento più duro: «Nevicava, la strada era deserta e scivolosa, avevo sforato la tabella di marcia ed era buio, non riuscivo a frenare perché le mani erano rattrappite per il freddo. Pensavo: se cado qui, chi mi soccorre? Invece sono riuscita ad arrivare a Susa sana e salva».

Ora Hélène, Claudine e Philippe (che intanto ha raggiunto la moglie in auto) si rilassano, seduti in un caffè di piazzale Lubiana, zona dove abita Claudine. La bici è parcheggiata poco lontano, pronta per la prossima tappa: «Riparto domani e conto di arrivare martedì 29 a Roma, dove mi fermerò tre giorni. Non l'ho mai visitata». E chi la ferma più, Hélène?

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