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Giornalismo

Giorgio Torelli, una carriera lunga 70 anni

24 maggio 2018, 07:00

EMILIO ZUCCHI

«Ci sono infinite persone che fanno cose meravigliose di cui non sappiamo nulla»: Giorgio Torelli, gigante dell'aneddoto scritto con ricercata ma briosa eleganza lessicale per la gioia di generazioni di lettori, crede fino in fondo che l'eccezionalità molto spesso non coincida con la fama. E che l'appartata eccezionalità - quella etica e umana, ben inteso - vada scovata e narrata. Non solo in remote e aspre, seppur splendide, lande del mondo, come a lui è accaduto da inviato specialissimo per Epoca, Grazia e il Giornale di Montanelli. Ma anche, garantisce Giorgio, nel proprio condominio, dietro la porta della vicina di casa e in altri luoghi solo in apparenza banali. Perché è da lì che, non di rado, scaturiscono buone notizie in forma di significative e belle storie. E, a parere di Torelli, ogni giornale dovrebbe dispensarne senza contagocce, di buone notizie. Settant'anni di giornalismo e 90 gagliardi anni d'età, Torelli è stato ieri intervistato da Filiberto Molossi, capocronista e critico cinematografico della Gazzetta, a Palazzo del Governatore. Occasione dell'incontro, i sette decenni di trincea scrittoria e umana (migliaia di persone trasformate in rapinosi articoli) battagliati con molta gloria e altrettanto spargimento di inchiostro. Molossi, conversando con lui davanti a un pubblico assai attento e partecipe e chiedendogli cosa in particolare conti nell'essere giornalista («essere cacciatore di buone notizie» ribadisce rispondendo senza esitazioni), lo induce e poi conduce a parlare dell'Africa. Miseria, sete, fame. Ma profonda, arcaica ricchezza di sentimenti. E Torelli, che sulla penna ha da sempre installato un invisibile sismografo sensibilissimo a qualsiasi vibrazione di natura caritativo-evangelica, ammalia l'uditorio parlando di quando conobbe un medico ex alpino: «Con grande spirito umanitario, Santino Invernizzi scelse coraggiosamente di dirigere un ospedale nel deserto tra Kenya e Somalia, costruito anni prima dai prigionieri italiani. Tra scorpioni e pozze d'acqua salata, creò centocinquanta posti letto. Riuscii a intervistarlo per il numero natalizio di Grazia facendomi accompagnare, come garante, dal vescovo di Nairobi su un piccolo aereo che faticò non poco ad atterrare tra le vacche. Raccolsi dal medico molte storie. Tra queste, quella di un vecchio pastore che ebbe una gamba orribilmente sbranata da un leone. Invernizzi riuscì a salvargli e ricostruirgli l'arto. E mi parlò della gioia che aveva provato impegnandosi al massimo, come se sotto i ferri avesse avuto Gianni Agnelli».

Altri aneddoti, altre emozioni, sempre incalzato da Molossi: padre Camillo, detto baba Camillo, missionario in Africa proveniente dalla Val di Non, che cacciava i bufali per sfamare la gente del posto; uomini con cinque moglie che, sebbene convertiti al cattolicesimo, non rinunciavano alla poligamia senza per questo perdere la fraterna benevolenza dei missionari; ma anche il mitico Barnard, che, a tavola, prospettava un futuro in cui si sarebbe arrivati al trapianto di cervello; e poi Giovannino Guareschi che, a Roccabianca, teneva appesi i culatelli a un surreale e sofisticato sistema di carrucole senza però riuscire ad azionarlo, e infine Baldassarre Molossi, fraterno amico e ammiratissimo collega. Nel corso della conversazione, Filiberto Molossi fa riferimento al cinquantesimo del Sessantotto: «Non do giudizi storici - conclude Torelli -. Penso però che i personaggi di cui ho parlato oggi un loro Sessantotto lo abbiano fatto, testimoniando questo valore: l'intelligenza è un bene non privato».

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