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Oltretorrente

Il pensionato anti-pusher: Paolo Conti spiega la sua battaglia

28 maggio 2018, 07:01

MARIAGRAZIA MANGHI

Si è preso l’impegno di presidiare l’angolo tra via Gulli e viale Vittoria nelle ore in cui cresce il movimento per garantirsi una dose da sballo.

Paolo Conti, pensionato Tep, ha scelto di non stare con le mani in mano, di mutare l’indifferenza con la differenza.

Con il gruppo di «Oltretutto Oltretorrente» partecipa alle pedalate, su e giù a rubare metri allo spaccio, a manifestare con una presenza pacifica che si può costruire una nuova rete sociale, una città diversa.

Nelle altre serate scende in strada da solo con il giubbino giallo, parcheggia la bici sul viale, accende il fanalino e resta lì per ore.

«Paolo ci dà l’esempio dimostrando che “basterebbe poco”. Da solo riesce a impersonare la legalità. Questo è un territorio della convivenza civile, non si manda via nessuno, ma nessuno ci può mandare via» dicono gli altri del gruppo, Mela, Sara, Lorenzo, Eduardo, Davide, Andrea, Massimo, Franco, Gianni, Paolo, Enrica, che abitano a un tiro di schioppo.

«Paolo è giù da solo» gira veloce il messaggio in chat e così, chi prima, chi dopo, qualcuno scende a fargli compagnia. Paolo è un innamorato dell’Oltretorrente: «In un certo senso sono un immigrato anch’io. Sono nato a Lesignano Bagni e sono arrivato a Parma a 9 anni quando mio padre ha trovato lavoro in città. Abitavo in borgo San Giuseppe, erano i primi anni ‘60 il tempo dell’emigrazione meridionale. In questi borghi si respirava un’atmosfera di solidarietà e un senso di comunità. L’Oltretorrente era anche un laboratorio di politica. Sono ancora qui, da trent'anni ho preso casa in viale Vittoria – è lui che racconta un quartiere molto cambiato -. Non avrei mai immaginato alla mia età di dover affrontare il problema della droga. Quando ero più giovane i tossicodipendenti si riconoscevano per strada, oggi può essere chiunque. Dalle mie finestre li vedo ogni giorno. Arrivano, comprano, si fanno una canna o una sniffata sotto gli occhi di tutti e ripartono in macchina».

Un fenomeno che in un paio d’anni è aumentato a dismisura.

Prosegue: «Mi sono detto: “Possibile che dia fastidio solo a me? Che gli altri non vedano? Poi un giorno, nell’autunno scorso ho visto un gruppo di persone col giubbino giallo e mi si è aperto il cuore».

Con il suo coraggio e la determinazione Paolo di quel gruppo di cittadini è diventato una colonna.

«Ci provo, ho tempo – non ha paura e non si sente un eroe - passa sempre qualcuno che si ferma a fare due chiacchiere. Non accetto che la presenza dei pusher sia diventata normale. Io non ce l’ho con loro, mi danno più fastidio quelli che la droga la vengono a comprare. Questi ragazzi nigeriani sono l’ultima ruota di una catena di violenza. Con alcuni prepotenti che mi dicevano di tornarmene a casa ci ho litigato, con altri parlo un po’ e resto spiazzato, mi fanno anche pena con le storie che raccontano. Chissà se dicono la verità… Poi ogni giorno li ritrovo al solito angolo a spacciare. Mi metto di fianco a loro all’angolo di via Gulli. E li costringo ad andarsene, non di certo perché li spavento, ma semplicemente rovino il mercato, i clienti non si fermano».

Non si scoraggia e sente di avere una missione: «Una volta chi voleva la droga doveva andarsela a cercare. Oggi te la portano fino a casa e qualsiasi ragazzino in un momento di debolezza o per sentirsi grande la potrebbe comprare. Chi non ha in tasca 10 o 15 euro? Una dose di eroina la vendono a quella cifra lì. Lo faccio per i ragazzi, per la mia nipotina che ha 10 anni e l’età per capire. Le ho spiegato chi sono questi pusher e lei mi ha confessato di aver paura a venirmi a trovare».

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