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Malati di gioco

Ludopatia, 107 persone in cura al Sert

30 maggio 2018, 07:03

VITTORIO ROTOLO

Stando agli ultimi dati forniti dal Sert, alla fine del 2017 nel nostro territorio erano 107 i pazienti affetti da dipendenza da gioco d’azzardo seguiti all’interno della stessa struttura. Decisamente marcata la presenza maschile, che si attesta all’83,2%, contro il restante 16,8% di donne. E di questi 107 pazienti, 66 risiedono in città.

Basta tuttavia farsi un giro e vedere le file di persone che frequentano abitualmente le sale gioco, per comprendere come – anche dalle nostre parti – tale fenomeno non possa essere circoscritto a questi numeri.

«In effetti, c’è da fare i conti con uno stigma sociale. Nel rivolgersi ai servizi, si prova infatti un senso di vergogna, ci si sente in colpa. E per un giocatore d’azzardo non è semplice riconoscere di aver perso il controllo. A contattarci per primi, spesso, sono i familiari, ormai esasperati», osserva Antonella Marcotriggiani, psicologa e psicoterapeuta del Dipartimento assistenza integrata salute mentale e dipendenze dell’Ausl di Parma, accanto alla collega Gilda Donato. «Gli accessi al nostro servizio sono aumentati in maniera esponenziale nell’ultimo anno, con una tendenza confermata anche in questi primi mesi del 2018», ha proseguito la Marcotriggiani durante il seminario dal titolo «Non è un gioco», organizzato da Comune di Parma e Ausl e che si è svolto ieri all’auditorium Toscanini di via Cuneo.

«Il programma di cura e di prevenzione per il gioco d’azzardo, da qui ai prossimi due anni, sarà ulteriormente ampliato», ha detto la Donato. «L’approccio che seguiamo, in questi casi, è di tipo multidisciplinare. Ed è un metodo che funziona, dal momento che la dipendenza da gioco d’azzardo influisce sugli aspetti psicologici, sociali ed educativi della persona. Al paziente – aggiunge la Donato – garantiamo l’accesso libero, anonimo e gratuito e lo stesso, lungo il percorso, può avere al fianco un proprio caro: un familiare oppure un amico. Il primo aspetto è stabilire una corretta gestione economica: avere denaro fra le mani, in queste persone, può alimentare l’impulso al gioco. Le reazioni, di fronte al percorso, possono essere diverse. Ma, in qualche caso, gli esiti sono stati positivi».

Da poco più di un anno, a Parma, si è formato il gruppo «Giocatori anonimi», che si riunisce in via Berzioli, nel circolo della parrocchia di Sant’Andrea. «Da quando ci siamo costituiti, abbiamo avuto circa 45 accessi, che non sono affatto pochi», spiega uno dei componenti dell’associazione. «L’età e la posizione sociale di questi giocatori sono trasversali: si va dall’operaio sotto i 30 anni al pensionato, passando per il professionista. Quando arrivano da noi – fa notare – hanno toccato il fondo. Hanno perso il lavoro, la famiglia, i risparmi di una vita. Durante le riunioni, in anonimato e in assoluta libertà, ciascuno può condividere con gli altri la propria esperienza. L’idea è quella di aiutare la persona nel recupero, facendo in modo che non giochi più».

All’incontro di ieri ha partecipato anche l’assessore comunale al Welfare, Laura Rossi, che è tornata sulla delibera che impone a 252 esercizi, fra bar e sale slot, di rimuovere le macchinette o addirittura traslocare. «È un provvedimento che va nella direzione della prevenzione, tutelando le persone più fragili», ha spiegato la Rossi. «A fronte però degli sforzi compiuti dai territori, dove enti e strutture sanitarie operano in sinergia programmando interventi mirati, c’è invece uno Stato che il gioco d’azzardo lo pubblicizza. È una contraddizione pesante. Serve un cambio di passo».

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