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STALKING

Picchia e perseguita la convivente

30 maggio 2018, 07:01

Era stato anche amore, prima che tutto naufragasse nell'alcol, poi sepolto da sberle, calci e pugni sotto una lapide di offese e minacce. Era stato vari tipi d'amore: quello provati per lui dalla convivente, dalla quale aveva avuto anche un figlio, e quelli provati dalla madre e dalla sorella. Non un solo processo ha subito un 36enne moldavo accusato di maltrattamenti in famiglia: anche i «suoi» lo hanno messo alla sbarra, e lapidaria è stata la «sentenza» della sorella, che ha chiuso con un: «Troppo violento: io come fratello non lo voglio più».

Spesso, troppo spesso, i responsabili di maltrattamenti ai danni delle mogli, compagne o fidanzate godono di una colpevole solidarietà nella famiglia d'origine. In questo caso non è affatto andata così. La famiglia si è schierata con la parte debole, andando al di là dei legami di sangue. La relazione era cominciata nel 2012. Nel giro di pochi mesi, i due erano andati a vivere insieme. Lei aveva già un figlio: presto ne avrebbe avuto un altro da colui che poi sarebbe diventato il suo persecutore.

Le cose cambiarono poco dopo la nascita del bimbo. Non si sa perché, ma l'uomo, che mai prima d'ora aveva avuto problemi con la giustizia, si mise a bere. L'alcol non fu un buon consigliere. Lui prese a offendere la convivente, a fare scenate di gelosia. Arrivò anche alle minacce di morte, oltre a quelle di portar via con sé per sempre il bimbo. Fu allora che la donna chiese aiuto alla «suocera». La donna andò a vivere in casa della coppia, per fare da paciere: invece, a sua volta finì nel mirino, presa a botte come la «nuora» davanti ai bimbi, dopo che il figlio si «scaldava» con le suppellettili e sfondando porte. Nel luglio del 2017, l'uomo afferrò per i capelli la convivente che rientrava a casa, tempestandola di calci e pugni. Il motivo? Lei non aveva sentito il telefono. A quel punto, la donna e la «suocera» fuggirono con i bimbi. Uscite dal pronto soccorso (nascosta per paura che anche lì arrivasse il convivente, la giovane fu dimessa con 5 giorni di prognosi), trovarono rifugio in casa della sorella dell'uomo. Fu davanti a questo portone che lui si appostò nei giorni seguenti, fino a quando non si chiamò la polizia. Quindi, per due mesi, fu una persecuzione di telefonate. Tra le 40 e le 60 al giorno, prima che scattasse il divieto di avvicinamento. Ieri, la sentenza: il pm Laila Papotti ha chiesto 2 anni di pena, il giudice Paola Artusi ha condannato il 36enne a un anno e 5 mesi. rob.lon.

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