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Un canestro per guardare avanti: l'incredibile progetto di Marco Calamai

Coinvolto il Basket San Secondo con il progetto "5 alto"

05 giugno 2018, 07:00

ANDREA DEL BUE

Dalla serie A sul campo, alla serie A nella vita. Marco Calamai è prima giocatore poi allenatore ai massimi livelli, con 365 gettoni in panchina. A Livorno, nel 1994, fa esordire Gianmarco Pozzecco, uno dei giocatori più forti ed estrosi del nostro basket. In mezzo, Calamai è votato miglior allenatore di serie A (1982) e vince il Mondiale alla guida della Nazionale militare (1990).

Poi, di punto in bianco, lascia quel mondo dorato: dominio dei soldi, fideiussioni false, procuratori senza scrupolo, giocatori narcisi, con valori e passione messi all’angolo. Laurea in tasca e cattedra, può continuare a insegnare lettere al Liceo. Sotto i baffi, invece, trama con se stesso una pazza idea: la pallacanestro per ragazzi con disabilità intellettiva e relazionale (la chiamano così, perché il vocabolario, in questi casi, frega sempre). Autistici soprattutto. Sa che il suo sport può fare miracoli.

Oggi, a 67 anni, dopo oltre venti anni di attività, il suo progetto, Over Limits, coinvolge un migliaio di ragazzi in oltre trenta centri in tutta Italia, tra cui San Secondo, con «5 Alto».

Perché il basket può rivoluzionare la vita di questi ragazzi?

«È l’unico sport che tende al cielo. Quel cesto è una metafora, ma è assolutamente reale: per fare canestro sei costretto a guardare in alto e per questi ragazzi, che spesso hanno lo sguardo basso, non è cosa da poco».

Non le manca la serie A?

«No, qui le soddisfazioni sono enormi. Non nascondo che ogni allenatore ha un certo ego, ma è appagato anche in questo contesto».

Un esempio?

«Ce ne sono a centinaia, ma uno non lo dimenticherò mai. Sofia, che aveva 10 anni, non parlava. Un giorno prende un tavolo, lo mette sotto il tabellone; poi ci sale sopra, si fa passare il pallone e fa canestro. Prima di andarsene, mi stringe la mano e mi dice ciao. La prima parola in vita sua. Fu un’emozione enorme, sua madre scoppiò a piangere. Ecco perché credo di aver fatto la scelta giusta».

Un lavoro faticoso, ma ricco di soddisfazioni.

«Sì, impagabili. Ogni settimana lavoro con 150 ragazzi con varie disabilità a Bologna. Poi giro gli altri centri; quando arrivo mi riconoscono e mi baciano. La più grande vittoria, però, sono i progressi. Carlo tre anni fa non entrava nemmeno in campo senza sua madre; ora ha imparato a palleggiare: una cosa straordinaria. Poi ci sono quelli chiusi che diventano socievoli, o addirittura quelli che non parlano e iniziano a farlo».

Quali sono i fondamenti del Metodo Calamai?

«Sono tre: ogni persona, anche disabile, ha più qualità che limiti; il gioco è un piacere, un diritto; passarsi la palla è l’inizio di un dialogo, di una relazione».

Regole che la fidentina Tiziana Dodi, ex giocatrice di A1, ha portato al Basket San Secondo con il progetto «5 Alto».

Che realtà è?

«A San Secondo sono fantastici: hanno creato un percorso virtuoso in cui c’è integrazione tra giocatori, allenatori, società tradizionali ed esperti, ragazzi e famiglie. Hanno giocatori bravi e meno bravi, nessuno è escluso. Lì si può dire che hanno bruciato le tappe, perché c’è una persona di valore assoluto come Tiziana Dodi».

Ci racconta qualche altro esempio speciale?

«Conosco un ragazzo che sa darti il risultato delle moltiplicazioni a tre cifre mentre tu sei ancora lì a digitare i numeri sulla calcolatrice. Basta concentrarsi sulle abilità delle persone, non sulla loro disabilità».

Ha ancora sogni?

«Sì, per forza. Vorrei che tutto il basket italiano si aprisse a questo messaggio. Con la Fip collaboro già, ora spero che anche la Lega si interessi. Con l’Aquila Trento abbiamo avviato un progetto, ma credo che tutte le squadre debbano avere un luogo dove accogliere persone in difficoltà e allenatori preparati, con strumenti per affrontare la diversità».

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