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Volontariato

«Così abbiamo salvato gli albini della Tanzania»

06 giugno 2018, 07:00

PAOLA GUATELLI

Dietro un miracolo non c'è mai niente di fatalistico. Ci sono storie di incontri e di desideri comuni, aspirazioni condivise di bene, l'ostinazione a combattere il male, la determinazione nel fare prevalere l'amore. «Abbiamo bussato a tante porte e non ci siamo mai stancate».

Così Nicoletta Ferrari, 55enne fornovese sposata a Milano, madre di un ragazzo di 27 anni, racconta quello che a tutti gli effetti si può definire un miracolo: la realizzazione di una casa che ospita i bambini albini della Tanzania, una minoranza perseguitata per il colore della pelle, bambini emarginati dalle comunità, mutilati e uccisi da veri e propri squadroni della morte per ottenere la loro pelle - ritenuta un portafortuna - o pezzi del loro corpo, usati come amuleti per cercare l'oro.

Come ci sia arrivata lì in Tanzania dalle rassicuranti colline che dominano la statale della Cisa, Nicoletta lo lega alla sua vicinanza con le suore della Provvidenza dell'Infanzia abbandonata, attraverso le quali fece la sua prima adozione a distanza in Etiopia.

L'Etiopia fu il viatico per quel continente e l'inizio di una scelta di vita «radicale», dalla parte degli ultimi.

«A Parma conosciamo le Suore della Provvidenza per la scuola materna in Oltretorrente e il pensionato studentesco - spiega Nicoletta - ma in Africa - Etiopia, Kenia, Tanzania - stanno svolgendo quella che è l'essenza del loro carisma: occuparsi di infanzia abbandonata».

C'è un'altra donna che insieme a Nicoletta condividerà questa «avventura»: Carla Rebolini, madre generale delle Suore della Provvidenza,«una guida, ma anche una sorella, un'amica, una persona eccezionale». E' Suor Carla che, sei anni fa, viene a conoscenza dell'orribile destino dei bambini albini.

«Paul Ruzoka, arcivescovo di Tabora, (la zona nord del paese dove risiede la maggior parte delle famiglie con figli albini) chiede a suor Carla di prendersi cura di cinque piccoli sopravvissuti alla mattanza, costretti a lasciare le loro famiglie e collocati temporaneamente in una casa delle suore di madre Teresa di Calcutta».

«Quando l'arcivescovo ci ha raccontato la situazione di questi bambini «diversi», non potevamo crederci. Emarginati, costretti a vivere nascosti, ricercati da squadroni armati per i loro arti, la pelle, il sangue. C'è anche la credenza che sia un rito di purificazione violentare le bambine albine che vengono stuprate e mutilate. Non potevamo crederci - continua Nicoletta -, avevamo scoperto qualcosa di sconvolgente».

Nicoletta e suor Carla si decidono così ad andare a trovare i piccoli ospitati dalle suore di Madre Teresa. «Lì non potevano stare, in quelle strutture ci sono i malati terminali, relitti umani, situazioni inadatte per dei bambini... ma fuori per loro ci sarebbe stata la morte. Ce ne andammo con un peso enorme sul cuore». L'arcivescovo Ruzoka consegna a loro una «casa» ma senza luce, senza acqua, sprovvista di impianti fognari, «sembrava una costruzione di Lego, era impensabile utilizzarla così».

A un certo momento l'angoscia per il destino di quei piccoli si trasforma in impegno: «Scriviamo una lettera a tutti quelli che avrebbero potuto aiutarci: più di mille destinatari, tra persone e associazioni presenti nella mailing-list di suor Carla. Nel giro di pochissimo arrivano 40 mila euro. La Provvidenza ha voluto che proprio in quel periodo in quella zona dove avevamo la casa-recinto consegnataci dall'arcivescovo, c'era una Ong di Bologna «Solidarietà e cooperazione senza frontiere» che stava costruendo lì una centrale idroelettrica. Sarà questa Ong che seguirà tutti i lavori di costruzione«.

La casa diventerà abitabile in breve tempo «e soprattutto verrà recintata: una grande muraglia “scortata” 24 ore al giorno da una guardia armata per garantire la sicurezza ai bambini».

I cinque piccoli insieme ad altri orfani del paese entrano nella prima casa nel 2013, nel 2014 si inaugura la struttura nuova e nel 2017 viene aperta la scuola materna.

«Dopo quella prima somma di 40 mila euro, sono arrivate altre donazioni: la Onlus Agata Smeralda di Firenze ha preso in adozione a distanza tutti i bambini; con il 5 per mille ha regalato alla missione un pulmino e creato un fondo sanitario per le loro cure. La loro pelle è delicatissima e hanno bisogno di tantissime cure dermatologiche. La Provvidenza continua nella sua opera: arrivano aiuti da più parti. «Smeg ci ha regalato la cucina, Ralph Lauren ci ha mandato vestiti, la ditta parmigiana di Katina Basi ci ha donato tutta la biancheria per la casa, l'ottica parmigiana Marchesini ci ha inviato gli occhiali da sole per i bambini, e tanto, tanto altro ancora».

In quell'ex recinto senza acqua né luce è avvenuto un «miracolo»: una scuola materna che non solo ospita gli orfani e gli albini che non vedono differenze tra di loro, ma è frequentata dagli altri bambini del paese, una trentina in tutto. «Perché è un'eccellenza - dichiara orgogliosa Nicoletta -. Gli alunni imparano e quindi parlano tre lingue: italiano, inglese e swahili. Abbiamo avuto in dotazione dei tablet con una biblioteca di testi dentro. Da questa materna i bimbi partono evoluti, e le famiglie della zona lo hanno capito. Era questa la sfida più grande per Madre Carla, - ci tiene a rimarcare Nicoletta - : una comunità che accoglie i bambini albini demolendo le credenze, i pregiudizi e il razzismo».

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