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Lesignano

Panna negli anolini in brodo, picchia la convivente. Condannato a 2 anni

E' l'ultimo episodio dopo anni di botte, insulti e minacce

06 giugno 2018, 07:00

LESIGNANO BAGNI

Nel luglio del 2011 si conobbero, in novembre andarono a convivere e l'anno dopo nacque il primo bambino. Venne al mondo d'estate. Altri sei mesi, e l'idillio sarebbe finito. Venne l'inverno: non solo per il calendario, ma anche per la coppia. Un giorno la donna vide il convivente attizzare la stufa con il bambino in braccio. Lei lo rimproverò, forse in maniera fin troppo aspra, e lui reagì: prima a parole, poi sferrandole un pugno in testa. Non è più finito, questo inverno: botte, insulti e minacce sono durati fino all'arresto di lui nel 2017, dopo l'ennesimo litigio, e il relativo allontanamento da casa. Ieri, il processo. Al termine del quale, un 43enne della nostra montagna è stato condannato a due anni (pena non sospesa), come aveva chiesto il pm Laila Papotti.

Condannati, però, lo sono stati un po' tutti in questa storia d'amore sprecato. A cominciare dai due componenti di una coppia che a un certo punto hanno smesso di parlarsi nel modo dovuto, per cominciare a litigare per i motivi più banali e spesso nemmeno per quelli. E così i figlioletti, costretti ad assistere a continue scenate.

Uno ancora non era nato, quando la mamma (all'ottavo mese di gravidanza) venne presa per il collo e sbattuta sul pavimento. «Guarda la mamma morta per terra» disse il padre al primogenito che osservava impotente. Un'altra volta, la causa si ricorda che c'era: gli anolini. Uno dei bambini li voleva con la panna, oltre che con il brodo, e lei l'accontentò. Per quel delitto di «lesa gastronomia» volarono parole pesanti e poi schiaffi e pugni. Botte che lasciavano il segno nell'anima, ma non sul viso. Tanto che lui - sempre stando alla ricostruzione processuale - più volte avrebbe detto alla convivente: «Chiama pure i carabinieri, intanto io non ti lascio segni».

Invece, lei, qualche volta le tracce della propria esasperazione gliele lasciò. Ci fu chi vide l'uomo graffiato in volto e con l'impronta di un morso a una spalla. Una volta, lei gli sferrò una padellata in testa. Era accaduto al culmine di una lite. Anche di quell'episodio si ricorda la genesi. Malata, la donna aveva chiesto al convivente di restare a sua volta a casa, per darle una mano con i bambini. Alla risposta di lui («Io vado a lavorare anche malato...») era scoppiato il putiferio. E alle botte di lui era seguita la padellata di lei. L'uomo era uscito, promettendo: «Quando torno, ti ammazzo». Già in passato pare che avesse pronunciato frasi di questo tipo. «Preparati la bara» e «scavati la fossa» le varianti più gettonate.

Nel maggio del 2017, la donna chiamò i carabinieri, dopo l'ennesima minaccia di morte. Alla pattuglia di Langhirano, già partita, la centrale ordinò di fare il più presto possibile: si erano udite delle urla, prima che la comunicazione si interrompesse all'improvviso. Al loro arrivo, i militari videro la donna stesa a terra sulla pancia, con l'uomo che la prendeva a sberle. «No. Lei era stesa sulla schiena e io avevo i bambini in braccio» si difese lui. Ma non fu creduto e scattò l'arresto.

rob.lon.