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La sentenza

Carabinieri travolti, non fu tentato omicidio

07 giugno 2018, 07:03

ROBERTO LONGONI

All'aula del Gup, al quinto piano del tribunale, il carabiniere è arrivato grazie all'ascensore. Avesse dovuto fare le scale a piedi, puntellandosi con la stampella, ci sarebbe riuscito, ma a costo di chissà quale fatica. Del resto, c'è abituato. Da quasi un anno la sua è un'esistenza in salita e a ostacoli: dopo l'alba del 13 luglio, è stato sottoposto a una serie di interventi chirurgici, per restare inchiodato a letto sei mesi in tutto. Una vera «prigionia», per uno come lui che ha scelto l'Arma per stare tra la gente e dalla sua parte. E poi la riabilitazione, con il chiodo nel femore. Lentissima. Per quanto possa durare, le speranze che il militare torni quello di prima, a fare ciò che ha sempre amato, sono remote. Questo è il verdetto finale a suo carico.

Ieri, ne sono stati emessi altri due: nei confronti dei ragazzi accusati di averlo ridotto in questo stato, ferendo in modo più lieve anche un suo collega, verso l'alba del 13 luglio scorso, durante un inseguimento. Ne mancava un terzo, detenuto nel carcere minorile di Bologna: nonostante sia il più giovane, è considerato la mente del terzetto che quella notte a bordo di un furgone rubato caricò a tutta velocità la Punto dei carabinieri messa di traverso nella rotatoria tra strada Martinella e via Donatori del sangue. Lo spigolo anteriore sinistro del furgone centrò la fiancata sinistra dell'auto con i militari seduti all'interno. La punto fu sbalzata all'indietro con tale violenza da abbattere un palo. Ad avere la peggio, per chissà quale caso, fu il carabiniere seduto al fianco di quello al posto di guida, sul lato opposto a quello centrato dal Ducato. I tre fuggitivi, invece, pur se acciaccati, riuscirono a dileguarsi a piedi. I carabinieri non diedero loro scampo: fondamentali furono le impronte trovate sul furgone abbandonato dopo lo schianto. Rubato a Traversetolo, l'Iveco era servito alla banda a svaligiare due bar: il Prestige di Sala Baganza e il Groppi di Pilastro. I tre vennero arrestati verso la fine dello scorso novembre.

Fu un miracolo che nessuno perse la vita nello scontro. Per questo, la pubblica accusa ieri ha sostenuto che Thomas Gijka, 18 anni (difeso da Laura Ferraboschi), e Mohamed Demir (difeso da Sandro Milani), entrambi di etnia rom e nati a Parma, dovessero essere giudicati per tentato omicidio, accusa che ancora non è stata derubricata dal Tribunale dei minorenni, a carico del terzo arrestato. Di diverso avviso il Gup, che ha invece fatto proprie le tesi del Riesame: entrambi gli imputati sono stati condannati, ma per lesioni aggravate e rapina, infliggendo una pena di tre anni e sei mesi a Gijka e una pena di tre anni e 10 mesi a Demir che doveva rispondere anche di ricettazione, accusa poi derubricata in quella di furto dallo stesso pm.

I due, poi, dovranno corrispondere una provvisionale di 20mila euro al primo carabiniere e di 7mila al collega. Altre cifre di risarcimento verranno discusse in separato giudizio. «Sono state accolte le richieste delle difese» si è limitato a dire Milani, anticipando però di voler andare in appello. «La derubricazione del reato ha comportato una riduzione della pena» ha detto Filippo L'Insalata, avvocato del secondo carabiniere. «Una pena mediamente mite» il laconico commento di Alberto Musi, legale del primo carabiniere, poco prima che i due salissero in ascensore. Anche in discesa, meglio evitare le scale.

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