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CRAC

Consorzio agrario, la procura fa ricorso contro tutte le assoluzioni

08 giugno 2018, 07:01

GEORGIA AZZALI

Solo un (grande) sospiro di sollievo, la settimana scorsa. Perché per i 17 imputati del crac del Consorzio agrario, assolti dal gup Mattia Fiorentini, il caso non è chiuso. La procura ha deciso di fare ricorso in appello contro le assoluzioni dei 15 ex amministratori, sindaci e revisori che avevano scelto i giudizi alternativi (abbreviato o patteggiamento). Per quanto riguarda, invece, l'ex presidente Fabio Massimo Cantarelli e l'ex consigliere Lorenzo Bonazzi, gli unici due che avevano optato per il rito ordinario e per i quali il giudice ha dichiarato il «non luogo a procedere», i magistrati - così come prevede il codice - dovranno impugnare la sentenza direttamente in Cassazione.

Il pm Paola Dal Monte, che ha coordinato l'inchiesta insieme alla collega Lucia Russo, aveva chiesto 12 condanne per bancarotta fraudolenta: nel mirino gli ex membri del cda Paolo Bandini, Guido Baratta, Enrico Bilzi, Gianni Brusatassi, Celeste Cavaciuti, Davide Guareschi ed Ezio Pederzani; gli ex sindaci Genesio Banchini, Gianluca Broglia e Michele Pelizziari; gli ex revisori Maurizio Magri e Marco Menegoi. Tra 1 anno e 8 mesi e 2 anni e 8 mesi, le pene richieste, considerando che il giudizio abbreviato prevede lo sconto di un terzo della pena. L'ex presidente Luigi Malenchini e l'ex direttore generale Lamberto Colla avevano invece deciso di patteggiare, trovando un accordo per pene (sospese) sotto i 2 anni, ma il giudice ha rigettato i patteggiamenti. Tutti assolti «perché il fatto non sussiste», compreso Massimo Bianchi, l'ex sindaco del Consorzio agrario per cui la stessa procura aveva chiesto l'assoluzione.

Che l'ente fosse in un vero e proprio stato di dissesto quando nel luglio 2011 chiese (e ottenne) il concordato preventivo, non vi sono dubbi. «Versava in stato di impotenza funzionale e non transitoria a soddisfare le obbligazioni connesse alla sua attività», scrive il gup nella sentenza appena depositata. La causa principale dell'indebitamento? Soprattutto la mancata esazione dei crediti, che sfioravano i 60 milioni di euro.

Ma a questo punto, secondo il giudice, «pareva doveroso attendersi che le indagini venissero indirizzate ad accertare la dolosità/colposità della macata riscossione dei crediti, o comunque la dolosa/colposa omissione dell'opera di liquidazione dei cespiti immobiliari, ovvero le due cause imputabili alla mala gestio degli amministratori e dei sindaci di volta in volta avvicendatisi nella governance consortile». Invece, la procura ha puntato il dito contro la «falsa rappresentazione contabile dei crediti e del doloso compimento di operazioni di vendita/conferimento», si legge nella sentenza. In particolare, sono quattro le operazioni che poi sono andate a costituire l'ossatura dei capi d'imputazione. Ma tre di quelle quattro «mosse», tra cui la vendita dell'immobile di via Gramsci, «hanno avuto carattere assolutamente neutro», secondo il giudice. Che chiarisce: operazioni «inutili, ma non dannose». Quindi non dolose. Ma nemmeno fatte per occultare il dissesto, trattandosi - si legge nella sentenza - di operazioni reali, «il cui risultato contabile è stato apposto fedelmente (in modo non alterato)».

Insomma, secondo il giudice, altri terreni andavano sondati durante l'inchiesta. «L'inerzia, pertanto, e il ricorso al credito bancario in luogo della riscossione dei crediti - sottolinea il gup - avrebbero dovuto essere i temi d'indagine da investigare per approfondire l'esistenza di eventuali responsabilità penali oltre che civili». Ma per la procura quelle responsabilità sarebbero già emerse. E ora toccherà ai giudici d'appello e di Cassazione scrivere un altro capitolo della storia.

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