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L'INTERVISTA

Anna Maria Meo e il successo del Festival Verdi

10 giugno 2018, 07:00

FRANCESCO MONACO

Questo 2018 si sta rivelando davvero speciale per la città: la squadra di calcio ha ritrovato la serie A dopo una straordinaria scalata, mentre il Regio, grazie al successo della scorsa edizione del Festival Verdi, ha fatto incetta di premi: dall'Opera Award all'Abbiati. Non male per un Teatro che solo pochi anni fa aveva dovuto fare i conti - letteralmente - con un brusco ridimensionamento.

«E' così - commenta il direttore generale del Teatro Regio Anna Maria Meo: - nell'anno in cui arriva alla maggiore età, il Festival mostra la sua maturità e tutte le sue potenzialità. Ma in realtà siamo appena partiti. Lo dimostra lo sforzo straordinario compiuto anche quest'anno per promuoverlo in tutto il mondo: dieci Paesi - Cina, Germania, Svizzera, Norvegia, Usa, Giappone, Francia, Olanda, Belgio e Lussemburgo - per 14 città e altrettante presentazioni. Un road show impegnativo ma indispensabile, perché il pubblico non è mai acquisito in via definitiva. Un concetto che vale per qualsiasi manifestazione e a maggior ragione per la nostra i cui risultati non sono stati continuativi e che dunque non è ancora un appuntamento fisso nelle agende degli appassionati, né nei programmi dei tour operator che ancora ci studiano per capire se si possono fidare di noi. Dobbiamo poter offrire un progetto musicale speciale e la certezza che i programmi annunciati poi vengano realizzati: basta la cancellazione di un titolo, o un'edizione qualitativamente inadeguata per perdere in un minuto tutta la credibilità che ci stiamo guadagnando».

Anche perché più il livello è alto, più c'è competizione.

«Infatti tra i nostri “concorrenti” figurano Festival che da decenni lavorano con serietà e costanza e che possono quindi contare su pubblico, stampa e sostenitori (mecenati privati e aziende) che hanno permesso negli anni consolidamento e crescita. Inoltre c'è da dire che il pubblico, almeno in parte, cambia di anno in anno: per garantire un sold out occorre coinvolgere una platea potenziale ben più numerosa del numero di biglietti in vendita».

Oltretutto il cosiddetto turismo culturale è in crescita esponenziale. E Parma 2020 è dietro l'angolo...

«Noi andiamo fieri della consacrazione ottenuta nei mesi scorsi: l'International Opera Award che ha valutato il Festival Verdi come il migliore del 2017 è un risultato straordinario, così come il premio Abbiati che ritireremo il 15 giugno a Bergamo per lo Stiffelio al Farnese, una produzione che come si ricorderà aveva suscitato forti perplessità e polemiche preventive. Ma in realtà è proprio questa la fase più delicata: è infatti dispensabile che la città si esprima e dimostri con i fatti che desidera avere un Festival all'altezza delle aspettative e vuole continuare a contare su un Teatro che sta svolgendo un importante ruolo per la tutta comunità. Non dimentichiamo che il Regio è un Teatro molto attivo durante tutto l'anno e non solo in ottobre. Con la stagione d'opera, la rassegna di danza, la collaborazione con la Società dei Concerti che ci permetterà anche quest'anno di avere una rassegna di musica da camera di altissimo livello, nonché il ricco cartellone di Regio Young, dedicato ai più piccoli che viene letteralmente preso d'assalto da bimbi e famiglie, e di Verdi off».

Cosa manca allora?

«Mancano risorse adeguate per far sì che i risultati fin qui ottenuti sulla spinta dell'entusiasmo e grazie allo sforzo pazzesco di tutto il personale del Teatro, che ha creduto nel progetto e ha lavorato senza risparmiarsi, possano essere consolidati. Possiamo contare sul sostegno del Comune che ha fin dall'inizio supportato il processo di rilancio, e sullo stanziamento certo della Legge sul Festival ma come è noto, il contributo ministeriale viene attribuito e formalizzato nel corso dell'anno di programmazione, mai prima dell'estate e talvolta anche dopo, e comunque quando non ci sono più i tempi per correggere il tiro rispetto alle attività programmate. Abbiamo quindi la necessità di chiedere alle aziende che già ci sostengono, e ad altre che speriamo si aggiungeranno, di offrire al Teatro un supporto con un orizzonte a medio e lungo termine, condizione indispensabile per lavorare a una programmazione pluriennale».

In occasione di un recente incontro con gli studenti del primo master dell'Università di Parma in Turismo culturale dei territori, ha toccato proprio questo punto.

«È vero - conferma Meo - proprio nell'anno che ci ha visti raggiungere questi prestigiosi traguardi, abbiamo registrato con sorpresa una flessione delle donazioni dai privati. Credo che alla base di questo paradosso possa esserci un equivoco: il Teatro viene forse considerato una sorta di start up culturale che una volta avviata può proseguire il suo cammino da sola o comunque senza i contributi ricevuti in precedenza. Ecco, se così fosse devo dire che non funziona così. Né il Regio, né altri teatri, né festival grandi e piccoli possono fare a meno di un importante sostegno anche da parte dei privati, costante nel tempo se non addirittura in progressiva crescita. In caso contrario si rischia di vanificare i risultati fin qui raggiunti e anche la valorizzazione degli investimenti fatti sul Teatro dalle medesime aziende, alle quali peraltro abbiamo sottoposto un dettagliatissimo piano industriale. E a questo proposito non posso non citare la formidabile leva rappresentata da Art Bonus che di fatto riduce a un terzo l'impatto del sostegno al Teatro. Dopo anni in cui si è ripetuto che mancavano politiche di defiscalizzazioni incentivanti per i privati, finalmente si può scegliere di sostenere un'Istituzione come il Regio e trarne beneficio sotto diversi aspetti. In parole povere, ogni euro investito sulla nostra attività non costituisce un costo ma un investimento che genera un indotto importante che a breve, grazie a un osservatorio creato in collaborazione con l'università, sapremo quantificare con margini minimi di approssimazione».

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