Sei in Archivio bozze

Il caso

La scultura rubata rispunta sul set di un film a casa di Franco Maria Ricci

10 giugno 2018, 07:02

ROBERTO LONGONI

Questa volta è la realtà a prendere ispirazione, e anche qualcosa di più, da un film. La trama è questa: il 9 ottobre del 1994 un editore collezionista d'arte (oltre che costruttore di labirinti) acquista una scultura alla luce del sole di Mercanteinfiera, per sentirsi dire quasi 24 anni dopo che l'opera era stata trafugata una ventina d'anni prima. Quando di preciso non si sa, perché il furto non è nemmeno mai stato denunciato. Una vicenda dai tempi lunghi, con un colpo di scena davvero cinematografico tre anni fa, come ha scritto ieri «Repubblica». Accade una sera, in un cinema di Reggio Calabria, durante la proiezione de «La migliore offerta» del premio Oscar Giuseppe Tornatore.

In mezzo al pubblico c'è l'architetto Filippo De Blasio che nota qualcosa di familiare nelle scene: è la scultura del cavaliere giacente che tanto gli ricorda la copertura del sarcofago di un antenato, Giuseppe Monsolini di Palizzi. Cavaliere dell'ordine di Malta, Monsolini si impegnò a lungo a difendere i pellegrini diretti in Terrasanta costantemente esposti alle incursioni saracene sulle coste calabre. Cavaliere benemerito, tanto che alla sua morte, nella prima metà del diciassettesimo secolo, i frati cappuccini ne accolsero le spoglie nell'eremo della Madonna della Consolazione di Reggio Calabria. Qui, con il resto del sarcofago, la scultura rimase fino agli anni '70 del secolo scorso, quando la chiesa venne sottoposta a un pesante restauro.

Per un po', pare che il sarcofago sia rimasto nella polvere dei lavori, tra sacchi di cemento e sabbia, che sia stato usato a mo' di panca dai muratori bisognosi di riposo. Poi, scomparve. Fino a quando Franco Maria Ricci (questo il nome del collezionista, per chi non l'avesse già capito) non lo comprò a Mercanteinfiera, staccando un assegno da 14 milioni di lire in favore di Giuseppe Musumeci, un antiquario catanese.

La scultura fu più volte esposta, comparve in diverse pubblicazioni di Fmr, e soprattutto nel catalogo della sua collezione. Nulla fu fatto per nasconderla. Anzi. Ma fu il film a portarla agli occhi del discendente dell'ospitaliero: attraverso i crediti della pellicola, De Blasio scoprì che il collezionista-editore fontanellatese aveva offerto la possibilità di girare alcune scene nella propria villa-museo. L'architetto firmò un esposto ai carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio culturale di Cosenza. Ascoltato Ricci, i militari risalirono a Musumeci: scoprendo che l'antiquario aveva a sua volta ottenuto l'opera da un tale Turi Cappidduzzu, un piccolo costruttore di Noto che raccontò di aver recuperato la scultura durante il rifacimento di una strada. Impossibile saperne di più: Capidduzzu è morto.

Poche settimane fa, la brusca accelerazione: i carabinieri si sono presentati a casa Ricci per caricare il marmo e portarlo in Calabria. Operazione impedita solo dall'opposizione di Pierluigi Collura, avvocato del collezionista che non ha intenzione di separarsi dalla statua del cavaliere giacente. «La comprai in buona fede» sottolinea. E finora, pur se sotto sequestro, la scultura si trova nel suo salotto. I titoli di coda di questo film nel film dovrebbero scorrere tra pochi giorni, il 28 giugno, nell'aula del Gip: solo allora si saprà com'è andata a finire. Il nodo giudiziario è tutt'altro che facile da districare. C'è un discorso di usucapione, ce n'è uno di tempi che variano a seconda della provenienza dell'opera d'arte. E non si può escludere che la scultura sia stata effettivamente venduta ai tempi del restauro dell'eremo. Si vedrà.

A non essere messa in discussione è la coscienza a posto di Fmr. «Il mio assistito - racconta Collura - ha comprato le opere in totale buona fede e ha fornito all'autorità giudiziaria i documenti relativi all'acquisto: devono restare di sua proprietà». Le opere? Già, ce n'è un'altra: un quadro della serie della Vanitas, rubato nel 1995 dall'abitazione di un collezionista romano, Manlio Giannoni. Ricci lo comprò da Andrea Giovanni Daninos, un antiquario milanese che non ricorda più come ne sia venuto a sua volta in possesso. Che sia stato trafugato, i carabinieri lo hanno scoperto grazie allo stesso Ricci, dopo che in questi anni il piccolo dipinto è stato prestato per diverse mostre temporanee a musei anche oltre confine. Di propria iniziativa, l'editore ha consegnato agli investigatori i propri cataloghi, affinché controllassero. Così, ora anche la Vanitas è in attesa di giudizio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Abbonati per leggere l'articolo integrale pubblicato sulla Gazzetta di Parma in edicola e accedere alle altre notizie esclusive del giornale di oggi

Costo: 6€/mese

Se sei già un utente abbonato a Gweb+

L'abbonamento a Gweb+ consente l'accesso alla versione integrale degli articoli più interessanti del quotidiano oggi in edicola.Il costo è di solo 6 euro al mese Iva inclusa (invece di €8) utilizzando come modalità di pagamento PayPal